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 Il Tedesco   'u Tedescu  

Storia e Vita di Kurt Bosk a Brattirò e Tropea

 Il Tedesco con la Calabria nel cuore

>>====>  Brattirò

Kurt Bosk

o meglio "il Tedesco" nato in Germania nel 1916, nella seconda guerra mondiale era un giovane ufficiale dell’armata tedesca di stanza in Calabria.

Il suo incarico era di comando ai presidi strategici della zona del Poro, prevalentemente  ponti radio fra Sicilia e Calabria, il più importante di questi era situato sopra Brattirò al Populu in contrada Mazzitelli in posizione strategica di fronte allo stretto di Messina, poi il controllo della ferrovia e del porto di Tropea.

Pur giovane (meno di trenta anni), allo sbarco degli americani in Sicilia, aiutato anche dalle informazioni che pervenivano tramite la radio militare, intuì con largo anticipo che la guerra era compromessa e che sarebbe nata una nuova era.

La sua limpidezza mentale e la sua cultura (era professore di lettere) lo convinsero che, a seguito dell'imminente passaggio in Calabria degli Alleati, ci sarebbe stata una ritirata verso nord con relativo sbandamento delle truppe tedesche e italiane.

Folgorato principalmente delle bellezze della zona e del senso di ospitalità degli abitanti, meditò e si convinse di restare e, aiutato dai contadini di Brattirò con i quali aveva stretto legami di simpatia e rispetto, si preparò all'evento; al momento della partenza dei suoi compagni si nascose in una botte per il vino, questi lo cercarono per 2 giorni e poi costretti a partire incalzati dall'avanzata degli Alleati lo dichiararono disperso e disertore, rischiò fortemente la fucilazione.

Ormai la scelta era fatta e rimase a Brattirò clandestino per tutta la fine della guerra; solo e bisognoso di tutto abitava con la z'Anna ('a Galantoma) che era una vecchietta sola e caritatevole alla quale faceva anche della compagnia, gli abitanti del paese lo aiutavano donandogli del cibo, sapone, vestiti ecc.. nel frattempo faceva allevamento di polli e soprattutto conigli più facili da alimentare.

Uomo raffinato, di seguito conobbe a Tropea una contessa di Rimini e l'ha seguita, ma presto ha voluto ritornare in Calabria e trovandosi in grande difficoltà, si rivolse a un suo caro amico di Brattirò: “Nandeo” Ferdinando Rombolà che gli venne incontro con generosità, noleggiò una macchina e lo riportò indietro. Da allora il tedesco instaurò con lui un legame di amicizia fraterna che durò tutta la vita.

Con la maggior parte dei brattiroesi, dai quali ha avuto sostegno disinteressato, mantenne ottimi rapporti importati sulla stima e rispetto reciproci. In un suo scritto sugli abitanti di Brattirò: “vivono in concordia ed armonia, volendosi bene. Sentono forte il senso dell’appartenenza e sono ospitali. Ho trascorso con loro un periodo veramente felice”.

Tornando indietro si spostò di casa a Tropea, nel palazzo Toraldo dove Lidia Toraldo Serra, prima donna Sindaco in Italia, lo aiutò a regolarizzare la sua permanenza in Italia premiandolo per le sue molte iniziative mirate a promuovere la nascita di servizi utili alla collettività, come la scuola e la posta.

Aprì un convitto, dove in inverno affittava a studenti dei paesi vicini facendo loro anche del doposcuola e in estate a turisti tedeschi.

In seguito divenne rappresentante di grandi case editrici per la Calabria e realizzò uno stabile dedicato a deposito di testi scolastici e sussidi didattici.

Aveva la passione per la ricerca naturalistica, con vanga e piccozza si portava nelle cave di sabbia del Monte Poro alla ricerca di fossili, fra questi molti tipologie di ricci di mare. La sua collezione dei reperti attualmente è conservata nel Municipio di Tropea.

Ha fatto da apripista a quella schiera di turisti tedeschi e non solo che negli anni 60 ed ancora oggi popolano le strade ed i vicoli di Tropea, ha perseverato nel persuadere i suoi connazionali a visitare queste zone ed anche a investire.

Il prestigioso Hotel Rocca Nettuno di Tropea è stato  costruito con il suo supporto da investitori tedeschi ed oggi ha principalmente utenza tedesca; di concerto da buon innovatore ha dato molti consigli per investimenti nel campo del turismo della zona, si ricordi il Ristorante ora anche Albergo L'Uliveto di Brattirò e l'hotel Maddalena di Drapia che sono stati costruiti dietro suoi specifici suggerimenti e convincimenti verso i titolari.

Questo era Kurt Bosk un uomo colto, intelligente e disponibile con gli altri; accompagnò con passione l'evoluzione, specie turistica, della nostra zona, rischiò la vita per amore incondizionato verso la Terra di Calabria che difese sempre come una seconda patria, e che lasciò in silenzio nel 1993.

Riposa in una tomba solitaria nel cimitero di Tropea.

Di seguito è pubblicata Tropea: Amata mia, una raccolta di storie vere e fantastiche che durante gli anni '50 e '60 circolavano nei paesi intorno a Tropea. Kurt Bosk, acuto osservatore della società contadina e marinara dell'epoca, con il garbo e la sensibilità che lo contraddistingueva, le ha raccolte e raccontate a memoria e conoscenza per le future generazioni.

Nel raccontare le storie si evince come mantiene sempre un rispetto dei personaggi (a volte veri), e da raffinato com'era coglie solo il lato curioso e goliardico degli eventi, senza mai accennare a situazioni conflittuali o di tensione.                     Si ringrazia Stefano Scordo

TROPEA: Amata mia            -  Verità e fantasia.

TROPEA: meine grosse Liebe.   -  Wahrhei t und Phantasie.

TROPEA: My love               -  Jolly stories.

TROPEA: Mon amour            -  Traditions et légendes.

1.   Mastro Vincenzo                                       - Vincenzo, maitre menusier

2.   Don Salvatore Anastasia                           - Don Salvatore Anastasia

3.   Don Diego                                                  - Don Diego

4.   Peppino, il becchino di Tropea                 - Peppino, der Totengraber von Tropea

      Peppino, Tropea's grave-digger                  - Peppino, le croque-mort de Tropea

5.   Don Pasquale, l'arciprete di Brattirò       - Don Pasquale, Erzpriesrer von Brattirò

      Don Pasquale, the priest of Brattirò           - Don Pasquale, le curé de Brattirò

6.   Piscimpuppa, un'incredibile carriera       - Piscimpuppa, an unbelievable career

      Piscimpuppa, une incroyable carrière.

7.   Pasquale Galluppi. (1770 - 1846)              - Pasquale Galluppi. (1770 - 1846)

8.   L’imperatore Carlo V.  a Tropea.              - Kaiser Kar1 V.  in Tropea

      Emperor Charles V.  in Tropea                   - L'empereur Charles V.  à Tropea

9.   Don Alberto.                                               - Don Alberto.

10. Capitan Felice                                            - Kapitan Felice

      Captain Felice                                             - Le Capitaine Felicien

11. Il più bel campeggio di Tropea               - Der schonste Campingplatz von Tropea.

      The most beautiful campsite in Tropea       - Le plus beau camping de Tropea.

12. 1° acquisto di terreno a Capo Vaticano   - Erster Landerwerb in Capo Vaticano.

     My first purchase of land in Capo V.    - La première acquisizion de terrain à Capo V.

13. Don Pietrino.                                              - Don Pietrino.

14. La partita notturna di poker.                     - Das nacht1iche Pokerspiel

      The all-night poker game.                             - La partie nocturne de poker.

15. Il professore Cirillo. Der Professar Cirillo. - Professor Cirillo. -Le professeur Cirillo.

16. Don Mercurio.                                             - Don Mercurio.

17. Costantino, il greco. Costantino, der Greche. Costantine, greec. Constantin, le grec.

18. La signora Anna dal medico.                     - Die Signora Anna beim Doktor.

      Anna at the doctor' s.                                   - Madame Anna chez le médecin.

19. Gerolamo e la sua asina.                            - Gerolamo und seine Eselin.

      Gerolamo and his donkey.                           - Gerolamo et son ànesse.

20. La fionda.       Die Schleuder.                      - The catapult.              Le lance-pierre.

21. Ciccio il ladro dei polli.                              - Ciccia, der Huhnerdieb.

      Ciccio, the chicken thief.                              - Ciccio, le voleur de poulets

22. La fontana.             Der Brunnen.                - The fountain.             La fontane.

23. Cosi è cominciato il turismo a Tropea.       - So begann der Tourismus in Tropea.

      This is how tourism began in Tropea.           - Le tourisme a comencé ainsi à Tropea.

24. Proverbi.                      Sprichworter.            - Proverbs.                  Proverbes.

25. Critica di un libro.    Eine Buchkritik.         - Critic of a' book. -  Critique d'un livre.

1° - MASTRO VINCENZO

Vivo ormai da alcuni decenni a Tropea e apprezzo sempre più il clima mite, il mare azzurro e pulito, l'ospitalità e le bellezze naturali della Calabria. Non solo io, ma anche molti miei connazionali hanno scoperto questo angolo di meraviglie naturali e trascorrono qui le loro vacanze estive. Naturalmente ho conosciuto molti di loro. Quasi senza eccezione, tutti erano entusiasti della bianca sabbia delle spiagge, dai colori stupendi del mare, dei suoi meravigliosi tramonti e dell'ospitalità cosmopolita degli abitanti. Spesso qualcuno si meravigliava del fatto che io, abituato a vivere in grossi centri del Nord, fossi riuscito a passare in questo piccolo luogo non soltanto l'estate, ma tutta la vita. Rispondevo che non avevo mai conosciuto la noia in questa cittadina meravigliosa, scenario di bellezze naturali, e aggiungevo che, se veramente il paradiso fosse stato qualche volta sulla terra, certamente avrebbe dovuto trovarsi in questa zona, tra Tropea e Capo vaticano.

A proposito di questa affermazione, raccontavo ai miei connazionali una storiella su un mastro falegname, Vincenzo, che qui visse molti anni fa.

Quando il mastro rese l'anima a Dio, di mattina presto s'incamminò sulla strada per il Paradiso. Non ebbe grande difficoltà a trovare la scala per salire e, gradino dopo gradino, si diresse verso il cielo. La strada era lunga e faticosa, perché, si sa, non si va in paradiso in carrozza. Era una bella giornata estiva e le rondini avevano già abbandonato Tropea, a causa della grande calura, volando verso il Nord. I gradini non finivano mai; il sole era alto nel cielo e mastro Vincenzo era immerso in un bagno di sudore, ma, sempre camminando in salita, andava avanti senza sosta. Finalmente la frescura della sera gli portò qualche sollievo e, trascorsa ancora qualche ora, egli raggiunse verso mezzanotte la sospirata e agognata porta con la scritta "PARADISO".

Indescrivibile la sua gioia, quando finalmente poté bussare. Bussò una volta, bussò ancora altre volte, ma nulla si mosse. Avvilito, alquanto sconcertato, mastro Vincenzo raccolse le sue restanti forze e con gli stretti pugni percosse nuovamente la porta, che finalmente si aprì e apparve S. Pietro, piuttosto imbronciato ed anche mezzo insonnolito. Aggredì subito il visitatore notturno: "Come osi disturbare, a quest'ora, la quiete e il riposo degli angeli e delle sante anime di questo luogo?" A sentire queste parole e il tono poco gentile, mastro Vincenzo rimase alquanto sorpreso, perché nel suo paese era abituato alla gentilezza e alle cortesie della gente; tentò quindi di scusarsi per l'ora tarda, causata dal lungo cammino e dalla calura estiva. Intanto anche S. Pietro si era un pò calmato e quasi benevolmente chiese nome e paese di origine al nuovo arrivato. "Sono mastro Vincenzo di Tropea e questa mattina ho reso l'anima a Dio". Allora S. Pietro divenne ancora più calmo e quasi gentile; ma, come se non avesse capito bene, si fece ripetere la risposta. Certo ormai di avere veramente compreso, uno strano bagliore gli illuminò il viso. Mastro Vincenzo ebbe ancora la spiacevole sensazione d'avere sbagliato in qualche cosa. Ma poi il guardiano del Paradiso disse: "Mio caro mastro Vincenzo, se tu vieni veramente da Tropea di Calabria, entra pure nel Paradiso; ma ti avverto, ho paura che non ti piacerà tanto stare qui".

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2° - DON SALVATORE ANASTASIA

Se si parte da Tropea, sulla vecchia strada provinciale, Via Torre Gallo e Monte Poro, per raggiungere Vibo Valentia, l'antica Monteleone, per visitare lì il vecchio castello normanno e le antiche mura greche dei tempi della Magna Grecia, dopo sette chilometri di viaggio si attraversa il villaggio collinare di Caria. Subito all'entrata del paese, sulla destra, si trova il castello del famoso filosofo Pasquale Galluppi, che trascorreva lì i caldi mesi della stagione estiva, come tutti i signori di Tropea, che sulle colline circostanti possedevano dei villini.

Ho accennato al piccolo villaggio di Caria, perchè è proprio lì che mi è capitata una piccola avventura. più di venti anni fa, il parroco del paese era Don Salvatore Anastasia. Era il fratello del famoso sindacalista Alberto Anastasia, che, all'inizio del secolo, organizzava negli stati uniti l'attività degli immigrati italiani. Questi fu assassinato mentre si faceva radere dal suo barbiere di fiducia. Forse non tutti sanno che, nel porto di New York, un monumento ricorda questo famoso personaggio. Dopo la morte del fratello, Don Salvatore tornò dall'America in Calabria e gli fu affidata la parrocchia di Caria. Come parroco, organizzò diversi pellegrinaggi al santuario della Madonna di Pompei e un bel giorno invitò anche me, perchè gli facessi compagnia durante il viaggio.

Dopo una notte in treno, arrivammo di buon mattino a Pompei. Per prima cosa andammo presso gli uffici amministrativi del santuario, per consegnare una grossa busta, che conteneva le offerte dei parrocchiani. Entrati nel grande edificio, incontrammo una suora, alla quale chiedemmo precise informazioni, per rintracciare l'ufficio desiderato.

Con molta gentilezza, la suora ci indicò il secondo piano, dove, dopo qualche ricerca, trovammo una porta con la scritta: "Offerte." Una volta entrati, l'addetta ci chiese se l'offerta consisteva in denaro o in oggetti preziosi. Per gli oboli in denaro era competente l'ufficio 216, sistemato al terzo piano. Don Salvatore, già un po' scocciato e stanco, coi suoi novantacinque chili di peso, si mise con me in movimento, e, gradino dopo gradino, arrivammo alla porta nr. 216.

Una suora un po' anziana, con occhiali pince-nez inforcati, ci fece entrare nell'anticamera della direzione, dove finalmente potemmo accomodarci su accoglienti poltrone. Dopo una breve attesa, venne anche il nostro turno. Potemmo entrare nell'ufficio della direttrice, e qui Don Salvatore poggiò sulla scrivania la sua busta e l'aprì. In questa non c'erano solamente banconote italiane, ma anche molti dollari, che i parrocchiani di Caria, emigrati negli stati uniti, avevano inviato come offerta per la Madonna. Per questo motivo sorse una nuova difficoltà. La valuta estera doveva essere consegnata negli uffici destinati alle offerte dall'estero. E di nuovo, gradino dopo gradino, verso gli uffici al piano inferiore, dove si rivelò finalmente il miracolo della Madonna: la busta, .dietro quietanza, fu accettata e perciò benedizioni e I grazie erano assicurate per tutti i parrocchiani carioti.

Quando, alla fine, uscimmo alla luce del giorno, stanchi, accaldati e sudati, Don Salvatore disse: "Meno male che siamo venuti a Pompei, per portare I qualcosa alla Madonna. Se avessimo voluto ricevere qualcosa da Lei, chissà per quanto tempo ci avrebbero mandati ancora da un posto all'altro".

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3° - DON DIEGO

Vicino a Tropea, sull'altopiano di Monte Poro, si trova un piccolo villaggio di collina, Zaccanopoli. Come si racconta negli ambienti ben informati, il nome di questa località richiama alla memoria i tempi della Magna Grecia. si può tradurre quindi Zaccanopoli come "il villaggio dei pastori". In effetti, ancora oggi, i contadini locali si dedicano molto alla pastorizia. Se si vuole ancora trovare un pecorino genuino, bisogna andare a Zaccanopoli.

Del pecorino e di Zaccanopoli volevo far cenno soltanto marginalmente, perchè più allegro e spassoso è il fatto che, da questo villaggio di collina, si è trasferito a Tropea un uomo, che ai suoi tempi, apparteneva alle persone più in vista. Egli si chiamava Don Diego ed era già pensionato, quando si stabilì qui con la sua famiglia. Uno dei suoi figli è diventato tra l'altro, uno dei più benvoluti e capaci medici di famiglia di Tropea.

Don Diego viveva quindi a Tropea ed aveva molto tempo libero. Siccome era un simpatico conversatore, ebbe presto molti amici. Egli passeggiava spensieratamente per la città, salutando a destra e manca e parlando con Tizio e Caio: un amabile vecchietto, che aveva una parola gentile per tutti.

Ciò che sto per raccontare, accadde nel tardo pomeriggio di un sabato, nel bel mese di giugno, quando anche io me ne andavo a zonzo lungo il corso. A Tropea c'erano ancora una volta le elezioni amministrative, ed erano ormai le ultime ore. I candidati di tutti i partiti erano di conseguenza in solerte agitazione, per accaparrarsi ancora il maggior numero di voti. Anche Don Diego camminava lungo il corso, qualche passo davanti a me. All'altezza della Porta Nuova, proprio all'inizio del corso, lo vide il candidato della D.C., Peppino Fiorino. Dopo un cordialissimo saluto, si svolse il seguente dialogo. Peppino: "Carissimo Don Diego (nel periodo normale soltanto "Caro Don Diego"), io so che voi appartenete ai miei amici. Ma anche gli amici devono essere pregati nei momenti critici, perchè le sinistre non ci sorpassino. voi sapete bene che domani occorre anche il vostro aiuto. Ma io sono sicuro del vostro voto". E adesso Don Diego: "Carissimo Peppino, tu sai meglio di me, quanto siano solidi i vincoli di amicizia tra le nostre famiglie. E non soltanto da oggi, ma da lunghi anni. Tu puoi dormire su sette cuscini. Il mio appoggio è sicuramente tuo. Farò in modo che anche mia moglie metta una croce sul tuo nome". Dopo una cordiale stretta di mano, i due si separarono e Peppino segnò sulla sua provvisoria lista due altre preferenze.

Don Diego continuò la sua passeggiata lungo il corso. Nelle vicinanze del circolo Galluppi, lo sorpassò il candidato della destra, Gaetano Missana. Si ripeté la stessa scena di cordiali saluti, con la solita preghiera di non essere dimenticato il giorno seguente. Don Diego, che non diceva volentieri di no e che non voleva dispiacere a nessuno, rispose." Mio caro Gaetano, tu sai quanto io ho sempre stimato tuo padre. Sai anche che io parteggio da sempre per un partito che garantisca ordine e disciplina. Quindi puoi contare anche domani sul mio consenso. Naturalmente parlerò anche alla mia famiglia, affinché tutti domani ti votino". Il cuore di Gaetano palpitava dalla gioia e con la mente dispose altri quattro nomi nel suo provvisorio registro elettorale.

Don Diego continuò la passeggiata sul corso. Alla ringhiera in ferro della villetta, guardò lo specchio del mare e la Madonna dell'Isola. Proprio lì era appoggiato anche il candidato del partito comunista, Antonio Capede. Era lì per caso o di proposito? Immediatamente gli porse i consueti saluti di cuore e la già conosciuta preghiera di aiuto per il consenso del giorno seguente. E come rispose Don Diego? "Mi sembra quasi un'offesa che tu possa nutrire il minimo dubbio sul mio aiuto. La mia amicizia e la mia convinzione politica dovrebbero essere noti, e tu sai fin troppo bene che mai i Signori hanno goduto delle mie simpatie, ma sempre il popolo sofferente. Non solo io e la mia famiglia saremo dalla tua parte, influenzerò anche i miei amici affinché ti diano il loro voto".

Come testimone casuale, tutte queste promesse mi sembravano molto esagerate. Di. conseguenza io espressi a Don Diego, con parole accorte, il mio stupore. " Oh, Giovanni", sorrise, " che vadano tutti a farsi friggere. Io non esercito qui il mio diritto di voto, ma nel mio villaggio di Zaccanopoli."

Così i candidati, nella tarda serata, facendo un provvisorio calcolo dei loro voti, non arrivarono a circa 3.000, bensì al triplo. Da ciò si può sicuramente evincere che Don Diego fosse soltanto un esempio per molti "fedeli" elettori.

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4° - PEPPINO: il Becchino di Tropea

In tutti i luoghi di villeggiatura balneare, che sono frequentati dalle belle ragazze del nord, è entrata in scena la figura del play-boy. Anche a Tropea se ne è formato, subito dopo l'esplosione del turismo, un folto gruppo. Nei mesi estivi questo riceve notevoli rinforzi dall'hinterland. A Vibo Valentia, Lamezia Terme e Gioia Tauro si è sparsa presto la voce che a Tropea si poteva fare facilmente amicizia con una wikinga spasimante.

Di questo argomento parlavo con la mia amica tedesca Evelyn, che da molti anni passa le sue vacanze estive a Tropea. Era un sabato mattino ed eravamo seduti al Bar Centrale, per consumare un espresso, qui veramente eccellente, perchè il cameriere Lino è un vero artista alla macchina del caffè. Evelyn si lamentava della poca puntualità dei suoi amici locali. Cercavo di spiegare un po' la differenza di mentalità tra il nord e il sud. Al nord tutto viene rigorosamente organizzato, al sud, invece, solamente ciò che è strettamente necessario. Quando, per esempio, si prende in Germania un appuntamento, si stabilisce con precisione luogo e tempo del rendez-vous: domani, alle ore 20,00 , sotto l'orologio della stazione. Qui a Tropea, invece, la cosa va così: domani, in serata, sul corso. Ma possiamo essere tranquilli, perchè tutto funziona a meraviglia. Nella serata seguente s'incontra veramente sul corso pieno di gente la determinata persona.

Avremo senz'altro conversato ancora a lungo su queste notevoli differenze tra nord e sud, che si possono rilevare ovunque, intorno al mondo intero. Ma in quel momento entrò un cliente abituale del bar e si sedette, dopo un cordiale saluto, al nostro tavolo. Si trattava di Peppino, il becchino di Tropea, una personalità, nota in tutti gli ambienti cittadini. Conoscevo le sue abitudini e la sua debolezza per il brandy. Bastò un semplice cenno e Lino lo servì senza indugio.

Altri clienti e amici entrarono nel bar: tutti salutarono con molta cordialità il nostro amico Peppino. Qualcuno toccò di nascosto le proprie chiavi in tasca e forse anche qualcos'altro, per scongiurare il malocchio. Qualche amico offrì a Peppino ancora un brandy. Tutti volevano avere con lui buoni rapporti. Non si sa mai come si baciano i pesci; fuori dell'acqua non si baciano e sotto dell'acqua non li si vede.

Tutti, amici e conoscenti, avevano l'ardente desiderio che i servizi di Peppino si facessero ancora attendere a lungo.

Nel frattempo si era fatto mezzogiorno. Peppino aveva consumato il suo quinto bicchierino, offertogli, come i precedenti, di tutto cuore. Quindi, il nostro amico, scanzonato e allegro, si mise a cavallo della sua bianca Vespa, per fare ritorno a casa, non curante del codice della strada.

Assistettero quel giorno alle serpentine di Peppino due carabinieri, da poco in servizio a Tropea. Dopo averlo fermato, gli ingiunsero: "Dobbiamo portarLa in caserma e rinchiuderLa, almeno fino a quando non avrà smaltito la sbornia." Un po' piegato in avanti, gli occhiali poggiati sulla punta del naso, lo sguardo all'insù ed il dito inquisitore, Peppino sogghignò: "Se mi rinchiudete Voi, passata la sbornia, quantomeno tornerò in libertà; ma se, per vostra sfortuna, dovessi essere io a rinchiudervi, ricordate che sarà per sempre."

Da quel giorno più nessuno fermò Peppino.

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5° - DON PASQUALE: - L'Arciprete di BRATTIRO'

Il Monte Poro degrada verso il litorale marino tra terrazze ricche di vegetazione. Ho girovagato per anni lungo questo sabbioso pendio di pietra calcarea, con vanga e piccozza, alla ricerca di fossili.

Alla quota di 300 metri sul livello del mare, ho trovato migliaia di resti di tanti animali marini, che qui hanno vissuto nel mare molti milioni di anni fa, soprattutto ricci di mare fossilizzati. Avete letto bene: nel mare, perchè a suo tempo questa terra era interamente fondo marino. L'Italia meridionale è, sotto l'aspetto geologico, la più giovane terra d'Europa. Nel corso di parecchi milioni di anni, il continente africano ha spinto sempre più verso nord gli strati sedimentari, che erano sott'acqua, e li ha costretti a sollevarsi dal grande mare Thetys. Questo antico mare collegava, a quei tempi, l'oceano Atlantico con quello Indiano e l'odierno mar Mediterraneo è, in pratica, soltanto un piccolo pozzo residuo delle possenti acque primordiali di allora.

Non volevo però perdermi in conversazioni geologiche, sebbene esse potrebbero essere molto interessanti per alcuni lettori. Ma voglio piuttosto raccontare un piccolo aneddoto di don Pasquale, l'arciprete di Brattirò. Questo villaggio si trova su una pianura a terrazze, distante circa sette chilometri da Tropea. Ho vissuto per lunghi anni in questo villaggio, dopo l'ultima guerra. Quando rincasavo, la sera, dalle mie escursioni paleontologiche, mi attendevano gli amici per una partita a poker, gioco che, da alcuni anni, era stato importato dagli emigrati d'America.

Queste partite avevano sempre luogo nella casa parrocchiale di don Pasquale. Era il parroco di quel luogo. A causa del suo gioco d'azzardo, era stato già severamente rimproverato dal suo vescovo, ma senza grande successo.

Un sabato pomeriggio, eravamo seduti ancora una volta, in allegra compagnia, al gran tavolo della casa parrocchiale, quando entrò la loquace perpetua, per comunicare a don Pasquale che il massaru Micu voleva parlargli. Egli le fece riferire che, per il momento, non gli poteva dare retta, perchè stava leggendo il breviario, per prepararsi alla messa di domenica. si vede che anche un arciprete può dire una bugia quando deve sbrigare cose importanti. In verità, non poteva dire al contadino che era occupato con il breviario del diavolo. Dopo pochi attimi, la governante ritornò e sussurrò all'orecchio di don Pasquale che si trattava di una faccenda molto seria, ma, siccome egli era un incallito giocatore di poker, non volle lasciare il nostro tavolo.

Ella dovette ancora riferire al contadino che poteva magari tornare più tardi o il giorno dopo. La governante andò, ma subito ritornò. Dopo qualche sussurrio, don Pasquale si alzò e ci pregò di fare qualche giro senza di lui.

Il massaru Micu poté finalmente dire al suo buon pastore che sua moglie era morta da un paio di ore e che occorreva pensare al funerale. Don Pasquale fece le sue condoglianze e quindi chiese al contadino che tipo di cerimonia desiderasse, di prima, seconda o terza classe. Massaru Micu chiese notizie sul costo di quello di prima classe, con tre monaci cantori, musica d'organo e molti fiori. Quando udì il prezzo, immediatamente fece cenno di no. Il raccolto era stato cattivo e una malattia aveva anche ucciso due vacche; inoltre doveva pagare per entrambi i suoi figli, studenti in medicina a Napoli, la tassa annuale. Una tale somma era per lui esorbitante. Anche il funerale di seconda classe, con due monaci cantori, senza musica d'organo e pochi fiori, era troppo costoso. Non rimaneva altro che il funerale di terza classe, ma anche per questo i miseri risparmi non bastavano. Comunque, in qualche modo, le esequie dovevano essere pur preparate. A don Pasquale venne in mente che il massaru Micu aveva una sorella che, da oltre un decennio, era sposa in Cristo presso un ordine cattolico e disse che forse avrebbe potuto ricevere un aiuto da quella parte. In quel momento anche il massaru Micu si ricordò di sua sorella e una luce spuntò sul suo volto. "Parroco" disse, "io mi sono deciso per il funerale di prima classe e Voi manderete tutto il conto a mio cognato, che non ha problemi con le mucche e non ha bisogno di pagare la tassa universitaria per i suoi figli a Napoli".

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6° - PISCIMPUPPA - UN'INCREDIBILE CARRIERA

Tropea, nel primo periodo postbellico, non era affatto un paese ricco; era una rinomata sede vescovile, con una cattedrale normanna e con molte altre chiese importanti, ma quasi la totalità della popolazione viveva in condizioni semplici e di relativa modestia economica. Alcune famiglie non avevano nemmeno il denaro necessario per comprarsi un mezzo chilo di sardine. I muratori e i manovali edili dovevano recarsi a piedi nei vari villaggi di campagna, per guadagnarsi una manciata di fichi secchi. A quei tempi non esistevano ancora i confortevoli uffici postali, gli edifici delle scuole, dell'ospedale, tantomeno la caserma dei carabinieri. Negli anni '50, però, qualcosa cominciava a muoversi. A lungo andare, le bellezze naturali, le bianche spiagge, il mare azzurro e il mite clima non  potevano rimanere tesori nascosti. Fu così che a Tropea apparvero i primi turisti, che, provenienti da ogni dove, avevano scoperto questa nuova oasi di verde e sole, dove trascorrere le vacanze estive. Furono aperti molti ristoranti e gelaterie, negozi di corallai e boutiques. I turisti pionieri appartenevano ad una certa èlite; campeggiatori e saccopelisti erano ancora sconosciuti in quei tempi delle prime invasioni turistiche. D'estate, tutti i negozianti facevano affari d'oro, mentre d'inverno il denaro scarseggiava di nuovo e di questa altalena economica risentivano specialmente i molti pescatori, costretti a vendere il pescato ai cittadini residenti, a prezzi normali di mercato.

A Tropea viveva una famiglia numerosa, relativamente benestante, di pescatori, proprietaria di un grande peschereccio con motore entrobordo. La famiglia, di cui vi sto parlando, era soprannominata "Piscimpuppa". Molti di quei primi turisti, spesso famosi in incognito a Tropea, noleggiavano la barca di Piscimpuppa, per effettuare delle gite lungo la costa o per visitare le stupende grotte e gli isolotti. Molti pescatori si erano quindi organizzati e noleggiavano le barche ai turisti, impinguando notevolmente le loro entrate, per poter condurre una vita decorosa anche nel magro periodo invernale.

All'a fine della stagione, quando le buone entrate cominciarono a mancare, a papà Piscimpuppa venne una splendida idea. Perché non tentare di trovare un lavoro fisso presso la FIAT a Torino? Fu così che si rivolse ad un suo amico, che sapeva leggere e scrivere, per farsi compilare una domanda di assunzione, al presidente della FIAT, il quale, tra l'altro, così come tanti altri turisti, aveva girato sulla barca di Piscimpuppa fino alla grotta di Santa Maria. Incredibile, ma vero!  Dopo solo una settimana, arrivava la buona notizia: Piscimpuppa poteva partire subito alla volta di Torino.

Prima di lasciare il suo paese, egli invitò gli amici ad un grande pranzo d'addio. Già il mattino seguente, Piscimpuppa si trovava sul treno che andava verso il nord. Per tutto il tempo del viaggio, non  perse mai di vista i suoi bagagli, insaccati in un reticolato di spaghi. Arrivato a Torino, si recò subito in fabbrica e qui, fatto accomodare in direzione, dopo un cordiale saluto, ricevette il suo incarico come avvita-bulloni, un lavoro molto semplice, visto che non aveva alcuna specializzazione.

Nella sua tuta da operaio, tutta ingrassata e sporca, Piscimpuppa sedeva nell'angolo più nascosto del capannone, avvitando senza un attimo di sosta bulloni e bulloni. Ma egli non si lamentava affatto del suo lavoro dal momento che, alla fine di ogni mese, poteva contare su una certa somma di denaro, parte della quale veniva regolarmente inviata alla famiglia.

Un bel giorno, gli operai della FIAT furono informati di una visita in fabbrica da parte dell'allora Presidente americano, desideroso di vedere come funzionasse la più grande industria automobilistica d'Europa. Dopo aver attraversato un lunghissimo corridoio, il Presidente giunse nel capannone, dove Piscimpuppa, nel suo angolino, avvitava i suoi bulloni. Il presidente indugiò perplesso un attimo, quasi come se volesse rendersi conto di qualcosa, poi si mosse dirigendosi verso Piscimpuppa, salutandolo come si saluta un vecchio amico.

In seguito a questo episodio, il nostro avvita-bulloni fu convocato dal direttore della FIAT che, dopo una benevole tiratina d'orecchi a Piscimpuppa, per avere taciuto di queste sue potenti amicizie, gli comunicò che egli avrebbe, in seguito, svolto il suo lavoro in laboratorio, con un conseguente aumento di salario. Piscimpuppa era felice come una Pasqua, al pensiero che avrebbe indossato un camice bianco e che avrebbe potuto mandare più soldi a casa.

Alcuni mesi dopo, la FIAT ebbe un'altra visita di stato. Questa volta l'ospite era Krusciov, che si trovava in Italia. Dopo avere attraversato un lungo corridoio, volle visitare i vari reparti. Giunse così anche nel laboratorio dove lavorava Piscimpuppa. Anche egli, come prima il Presidente USA, indugiò un attimo, come per ricordarsi di qualcosa, dopodiché lo riconobbe e salutò Piscimpuppa con estrema cordialità, come si saluta un vecchio compagno.

Mancavano solo pochi giorni a Natale, quando Piscimpuppa pensò di recarsi dal suo direttore, per chiedergli qualche giorno di congedo. Bussò, entrò e, dopo un cordiale saluto, espresse la sua richiesta: voleva usufruire di un paio di giorni di ferie in occasione delle feste natalizie, dal momento che aveva da assolvere un impegno, e cioè andare a Roma, per servire la messa di Natale, celebrata da Papa Giovanni.

Il direttore era senza parole, soprattutto quando Piscimpuppa gli raccontò che, da ragazzo, faceva il chierichetto nella chiesa, dove Papa Giovanni, allora un piccolo sconosciuto parroco di campagna, celebrava la messa. "Bene", disse il Direttore, "il congedo è concesso, ma a condizione che io ti accompagni a Roma, per poter partecipare così al grande spettacolo natalizio". Intanto era arrivata la notte santa. Una folla immensa pullulava in Piazza S. Pietro, ma ciò nonostante, un silenzio totale, festoso e pieno di attesa, regnava tutt'intorno; sotto il baldacchino, il Santo Padre e, al suo fianco, Piscimpuppa con l'incensiere. Sommerso tra l'enorme folla, c'era anche il Direttore della FIAT. Ad un certo momento, si sentì toccare sulla spalla dal vicino, uno sceicco proveniente da un qualche emirato arabo, il quale, in un italiano alquanto stentato, gli chiese chi fosse quello omone in tunica bianca al fianco di Piscimpuppa.

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7° - PASQUALE GALLUPPI    (02.04.1770 -13.11.1846)

Tropea può vantare nel corso della sua millenaria storia, molti uomini famosi. Questa città ha dato alle chiese ortodossa e romana quindici vescovi e due cardinali. Ha dato anche i natali ed alcuni medici molto celebri: per il teatro ed il cinema è da ricordare Raf Vallone. Anche grandi calciatori, come Giovanni Barone, Peppino Filardi, Alfonso Toraldo, Mimmo Buttafuoco e Pasquale Vasinton hanno fatto onore a questa terra. Ma il famoso filosofo Pasquale Galluppi è stato certamente il suo figlio più illustre.

Egli insegnò filosofia per molti anni all'università di Napoli. L'incarico fu conferito al filosofo in circostanze davvero singolari. Avendo infatti il Re di Napoli messo a concorso la cattedra di Filosofia, si presentò anche Galluppi, per concorrere all'incarico. All'udienza, il re, dopo aver porto un cordiale saluto, lo informò che il giorno seguente avrebbe avuto luogo l'esame di tutti gli illustri concorrenti da parte della commissione giudicatrice. Allora Galluppi disse: "Maestà, pensate che a Napoli ci sia davvero qualcuno all'altezza di esaminare Pasquale Galluppi ? " Il re, in un primo momento, rimase stupito di tanta presunzione: ma poi, con un benevole sorriso, conferì senza indugio il prestigioso incarico al filosofo di Tropea.

Pasquale Galluppi morì a Napoli il 13 Novembre 1846, ove, lontano dalla sua terra amata, ebbe sepoltura. Soltanto da pochi anni, per merito del Rotary Internazionale di Tropea, riposa nella Cattedrale di Tropea.

E ora voglio raccontarvi un simpatico aneddoto, che, per essere capito meglio, ha bisogno di una opportuna premessa.

Quando, da questi parti, i contadini conducono il loro bestiame all'abbeveratoio, fischiano ripetutamente per spronare mucche e asini a bere ancora di più. Anche un proverbio dice che è inutile il miglior fischio quando l'asino non vuole bere.

Nei caldi mesi estivi, Galluppi trascorréva le sue giornate sulla collina di Caria, dove possedeva un piccolo castello. Colà, nella quiete rurale, poteva meglio meditare e redigere i suoi scritti filosofici e curare una buona critica all'opera di Emanuele Kant. Di tanto in tanto, egli voleva rivedere i suoi cari a Tropea. Quindi percorreva la lunga strada nel crepuscolo, per recarsi nel suo luogo natio. L'ultimo tratto di strada, all'entrata della città, aveva ai lati lampioni a gas per illuminare il cammino. Quando Galluppi si trovava al buio tra due lampioni, camminava a passo spedito, per arrivare presto a quello successivo, sotto la cui luce poteva di nuovo aprire il suo libro e leggervi per qualche istante. 

Durante una di queste discese finalmente arrivò alla Porta Nuova. A causa della lunga camminata, gli era venuta una gran sete. Scese un paio di gradini verso la fontana, ancora oggi esistente, per appagare la sua arsura. Allungò la mano aperta sotto il getto dell'acqua ed incominciò a bere.

Appoggiati alla ringhiera di ferro, c'erano tre giovanotti di Tropea, che, secondo la gente del luogo, erano degli emeriti spacconi, al punto da asserire che Galluppi fosse il più grande testone di Tropea.

Per farla breve, mentre il filosofo, assorto nei suoi pensieri, beveva  alla fontana, i tre giovanotti incominciarono a fischiare, come fanno i contadini con il loro bestiame all'abbeveratoio. Galluppi ebbe il leggero sospetto che potessero riferirsi a lui. Quando ebbe la certezza di ciò dai maliziosi ghigni dei tre giovanotti, alzò la testa e, con voce chiara, disse: "Guardate un po' come sono cambiati i tempi ! Una volta i padroni fischiavano all'asino, mentre oggi. .."

Si vede che Pasquale Galluppi non era soltanto un grande filosofo, ma anche un uomo di spirito, pronto alla battuta.

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8° - L'IMPERATORE CARLO V   a  TROPEA

Se da turista si visitassero i vicoli del centro della vecchia Tropea, con le sue mura grigie e mal intonacate, si potrebbe, con un giudizio affrettato, farsi un'idea di povertà e di incuria. Ma, quando si entra in una delle vecchie case patrizie, si sente subito il soffio di un'antica civiltà dell'abitare. Anche il modo di vivere degli abitanti tradisce un notevole livello di benessere. Già cento anni fa, i figli delle famiglie nobili si recavano a Parigi, per farsi confezionare gli abiti in note sartorie. Ed anche oggi alcuni dei miei amici vanno, spinti dalla stessa abitudine, a Firenze. si dovrebbe sempre tenere a mente che, nella Calabria della Magna Grecia, esistevano già case a cinque piani costruite senza calcestruzzo, con bagni a mosaico e con impianto idraulico di riscaldamento sotto i pavimenti, quando al di là delle Alpi si dormiva sulle pelli d'orso.

La nascita di Tropea risale a tempi precristiani. Antichi reperti sono oggi testimoni di un passato glorioso, pieno di importanti eventi storici e di leggende folcloristiche. Il clima è mite e l'inverno è breve. La primavera comincia nei primi giorni di febbraio, quando sulle colline intorno alla cittadina gli alberi di ciliegio e mandorlo creano, come per incanto, ghirlande di fiori variopinti. Tropea si trova su di una roccia, che si pretende sul mare. La vegetazione intorno è molto ricca e non si ha mai l'impressione di una terra riarsa come sul versante ionico.

Nel Medioevo, Tropea ha sofferto molto le depredazioni dei pirati saraceni. In quegli anni, gli arabi cercavano, tanto dalla Spagna, quanto dai Balcani, di conquistare l'Occidente. Dopo la caduta di Costantinopoli, la lotta degli arabi continuò come guerra santa contro la cristianità. L'Occidente e la potenza navale di Venezia erano sempre occupati a respingere gli attacchi dell'impero ottomano. Soltanto con le gravi disfatte nella Spagna meridionale e a Vienna, il pericolo islamico fu definitivamente scongiurato. La grande speranza dell'islam di conquistare l'Occidente con la sua strategia a tenaglia, andò in frantumi.

L'anno 1492 costituì per la cristianità un duplice motivo di celebrazioni di gioia. In Spagna si poterono scacciare gli ultimi avamposti arabi e spezzare così la parte occidentale della grande tenaglia. Nello stesso anno, fu scoperto, dall'altra parte dell'oceano, il "Nuovo Mondo". L'imperatore Carlo V poteva ben dire che nel suo regno non tramontava mai il sole. Cominciò per la cristianità un periodo quasi felice: "l'usignolo di Wittenberg" o il "verme protestante" - a seconda, dell'opinione o del gusto - non aveva ancora distrutto l'unità religiosa dell'Occidente.

Gli attacchi nel Mediterraneo, intanto, continuavano. Nella battaglia navale di Lepanto, nell'anno 1572, i turchi subivano ancora una volta una grande sconfitta. Le flotte unite degli Asburgo. e di Venezia riuscirono vittoriose. In questa battaglia, l'ammiraglio Toraldo di Tropea comandava tre navi di guerra. Quando la notizia della vittoria arrivò a Tropea, i festeggiamenti non trovavano fine. Ancor oggi, ogni anno, il 3 di maggio, si celebra nel rione Borgo, con una festa popolare, questo avvenimento, dando alla fine alle fiamme i simboli del mondo islamico: il cammello e la nave pirata.

Nella prima metà del XVI secolo l'imperatore Carlo V condusse molte battaglie contro i Saraceni: occorreva tenere al sicuro le rotte commerciali con l'Oriente. Durante una di queste battaglie, una tempesta scaraventò la flotta imperiale sulle coste di Tropea. Le navi in avaria dovevano essere riparate qui. L'imperatore fu quindi costretto ad accettare, per alcune settimane, l'ospitalità di Tropea. I nobili facevano a gara per avere l'illustre ospite a cena nella propria casa. Quindi, ogni sera, si banchettava con cibi deliziosi ed eccellenti piatti venivano offerti. Il vino aromatico delle campagne circostanti non mancava mai.

Presto si sparse la voce che l'imperatore non era soltanto un buon intenditore di vino, ma anche un gran bevitore. E com'è nella natura dei Tropeani, sempre pronti a spassarsi alle spalle di qualcuno, questi cercarono di farsi beffa anche della persona dell'imperatore. Alcuni nobili si erano accordati per fare finire l'imperatore brillo sotto il tavolo. Non tutti insieme, ma una alla volta, invitavano sua Maestà a brindare: una volta alla vittoria sui Saraceni, un'altra alla sua salute e un'altra ancora ad una tranquilla navigazione per il ritorno. E' sempre molto facile trovare un pretesto per bere. Carlo V non era uno stupido, altrimenti non sarebbe diventato imperatore. Presto si accorse del complotto, che era stato ordito alle sue spalle. I brindisi sembravano non finire mai. L'imperatore si alzò in piede un po' vacillante, ma sempre ancora dignitoso e lucido. I commensali si aspettavano ora un discorso conviviale disarticolato e balbettante. Ma l'imperatore disse con voce chiara: "Fottuti nobili" (fò tutti nobili).

La breve affermazione dell'imperatore suscitò ovazioni e battimani. I nobili fecero finta che l'imperatore si fosse espresso in puro toscano, cioè come se avesse detto veramente "(vi)fò tutti nobili".

Male lingue dicono che, da quella visita dell'imperatore, il numero dei nobili qui a Tropea si sia molto accresciuto. Non ho potuto fare ricerche storiche a proposito di questo argomento. Quindi non so se quelle maldicenze siano prive o no di fondamento. Comunque sia, l'imperatore dovette presto dimenticare il suo risentimento. Donò infatti a Tropea, per ringraziamento dell'ospitalità goduta, una chiesa, consacrata alla Sant'Annunziata, che si trova vicino al cimitero. Ancora oggi è possibile ammirare le enorme travi di legno che sostengono il soffitto e che ricordano quei tempi turbolenti e grandiosi.

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9° - DON ALBERTO

I Tropeani sono persone meravigliose, ma hanno pure qualche difetto. Alcuni raramente tentano di sviluppare idee originali. Sembra che vogliano lasciare la meditazione al loro conterraneo filosofo Pasquale Galluppi, mentre essi preferiscono imitare chi ha già avuto successo, come fanno i pappagalli.

Prima dell'esplosione del turismo, a Tropea esistevano poche gelaterie, ma ben presto ne sono spuntate altre come i funghi. Anche i ristoranti erano pochi e i proprietari facevano affari d'oro. oggigiorno questi locali sono così numerosi, che il turista perde più tempo nella scelta del ristorante che in quella del menù. La stessa situazione si verifica con le boutiques e i negozi di coralli. Chi aveva una buona idea, guadagnava molto all'inizio; ma poi era tutto un brulichio di imitatori e perciò le entrate si dividevano in tante piccole porzioni.

C'era invece Don Alberto, uomo proiettato verso idee nuove, alla ricerca di una lacuna di mercato. Quando, dopo lunga ed approfondita meditazione, tutto era chiaro e deciso nella sua mente, egli aprì sul Corso un negozio per pescatori e attrezzi per il mare.

Dopo breve tempo, don Alberto e sua moglie, seduti in comode sedie a sdraio, davanti alla porta del loro esercizio, osservando la marea di gente che andava su e giù per il corso, aspettavano clienti. Un gruppo di turisti si precipitò nel loro negozio. Don Alberto si alzò dalla sua comoda sedia ed entrò nel locale, per servire con garbo e competenza i suoi clienti.

Pochi minuti dopo, comparve un giovane signore, ben vestito e distinto, davanti  al negozio. Con occhio da intenditore, esaminò tutti gli oggetti esposti all'esterno. Mostrò particolare interesse per una scaletta per motoscafo, metallizzata. Con garbo, chiese informazioni sul prezzo alla proprietaria, seduta sulla sdraia. Il prezzo era di 80.000 lire, ma la signora aggiunse che suo marito avrebbe potuto fare anche uno sconto. Il giovane entrò nel negozio, dove don Alberto era tutto indaffarato nelle trattative con i suoi clienti. Dopo poco, il distinto acquirente uscì, tolse con decisione la scaletta dal gancio salutò con un sorriso gentile la signora e scomparve nella marea di folla.

Dopo un pò, uscì anche Don Alberto, si sedette a fianco della moglie e raccontò soddisfatto degli affari conclusi poco prima. Dal suo posto di riposo, notò per caso lo spazio vuoto, dove nel pomeriggio aveva sistemato la scaletta metallizzata. Domandò alla moglie perchè la scala non c'era. "Mio caro Alberto, non sei per caso rimbambito con la vecchiaia? Tu stesso, pochi minuti fa, l'hai venduta".

Siccome don Alberto non era né rimbambito, né aveva venduto la scaletta, possiamo soltanto supporre che il giovane signore ben vestito avesse scoperto un'altra lacuna di mercato, alla quale i Tropeani prima non avevano pensato.

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10° - KAPITAN FELICE

Si deve ammirare il coraggio dei tanti turisti, che vengono senza sospetti a Tropea. Certamente hanno guardato soltanto superficialmente la carta geografica, altrimenti avrebbero scoperto che Tropea si trova quasi al centro di un triangolo, che ha per vertici i tre vulcani ancora in attività: Vesuvio, Stromboli ed Etna. Infatti, almeno qualche volta in ogni secolo, la lava incandescente invade vaste zone di terreno, seminando terrore, distruzione e morte. Se ora, dopo la lettura di queste righe, siete presi da un grande panico, vi posso tranquillizzare subito. Tropea sta sotto la protezione della Madonna bruna e non sarà mai colpita da gravi disgrazie. Nel passato ha già più volte protetto questa cittadina con la sua mano benedetta. Le mie parole non vi convincono certamente subito, ma per la mia affermazione, vi posso dare delle dimostrazioni a tutta prova.

Quando, nell'anno 1905, il grande terremoto di Messina ha devastato tutto il meridione, ci sono state migliaia di vittime. Tropea si trovava in mezzo alla zona colpita. Parghelia, soltanto due Km distante, è stata completamente distrutta. Ma a Tropea si sono verificate solamente alcune crepe e spaccature delle case. Una tale fortuna nella grande disgrazia poteva essere soltanto l'opera di protezione della Madonna. Per ringraziamento e devozione, lei viene portata a spalla, due volte l'anno, in una grande processione per le vie della città, seguita da migliaia di buoni cristiani.

Vi posso dare una seconda prova dell'opera miracolosa della Madonna. Nell'ultima guerra mondiale sono precipitate le bombe aeree anche su Tropea. Ma tutte sono cadute inesplose in aperta campagna, senza causare nessun danno. Queste bombe innescate si trovano tuttora nella cattedrale, come prova evidente e visibile della operosità miracolosa della Madonna bruna.

C'è sempre della gente che vuole sapere tutto e meglio: dice che Tropea si trova su una roccia granitica, che in profondità ha contatto con il magma liquido della terra. E quindi, questa roccia compatta neutralizza i movimenti bruschi del terreno, annullando gli effetti sconvolgenti della terra tremante, come fa, una barca che balla sulle onde del mare.

Quindi rassicuro tutti i turisti che possono pensare ad un piacevole soggiorno. Forse viene loro ; anche la bella idea di intraprendere una meravigliosa gita con l'aliscafo alle isole Eolie, per vedere lo Stromboli da vicino. Oggi-giorno, partenza e meta sono regolate da un orario preciso. I tempi dell'improvvisazione, da parte delle imprese private, appartengono al passato.

Negli anni cinquanta, un giovane di Tropea acquistò una grande vecchia barca, che, nel corso di alcuni mesi, trasformò in un elegante grosso battello si autonominò capitano e offrì ai turisti la prima gita organizzata allo Stromboli. Il prezzo fu modesto ed enorme fu l'entusiasmo. Già il primo giorno tutti i posti furono prenotati, perchè quaranta turisti decisero di visitare la famosa isola.

Era un bel giorno di luglio, quando, con un mare splendido, di primo mattino, iniziò il viaggio. Capitan Felice, per festeggiare adeguatamente questo evento, tenne un solenne discorso inaugurale. Poi, la bella bianca nave lasciò il porto di Tropea. La meta doveva essere raggiunta verso mezzogiorno, in base ai calcoli approssimativi del comandante. La navigazione fu tranquilla. Il mare era calmo e liscio come l'olio. Le ore passarono in lieta spensieratezza. La nave avanzava con disinvoltura verso la meta. Mezzogiorno era da poco passato. Dato che terra non era ancora in vista, alcuni passeggeri cominciarono a perdere un po' la calma. Altri aprirono le loro borse con le vettovaglie, per consumare il pranzo a bordo. Capitan Felice era l'unico a conservare la calma stava con dignità sul ponte di comando, osservando con grande attenzione il compasso. Era convinto che la meta non doveva essere lontana. Nel frattempo, erano passate altre ore e l'inquietudine dei passeggeri aumentò notevolmente. Poi, finalmente, un grido di gioia: terra in vista! Con molta soddisfazione, il comandante poteva dare questa bella notizia ai suoi ospiti di bordo. Soltanto dopo un'altra ora di navigazione si ebbe la certezza che non si trattava dello Stromboli, ma della terra ferma di Amantea si vede che non basta avere un compasso, occorre anche sapere come funziona!

Le operazioni di sbarco furono fatte ad Amantea e, con il treno della mezzanotte, si tornò a Tropea. Capitan Felice restituì a tutti i soldi della gita e pagò anche i biglietti del treno.

Questo racconto di viaggio dimostra chiaramente che a Tropea non vivevano solamente delle persone con spirito di iniziativa, ma anche della gente onesta.

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11° -  Il più bel campeggio di Tropea

Ogni anno, a Tropea, si può il 28 agosto, si può ammirare uno spettacolo naturale unico e indimenticabile. Con astronomica precisione, il sole, di un colar rosso sangue, tramonta dietro lo Stromboli. Hai l'impressione che dalle acque verdazzurro un enorme mostro marino primordiale si levi, aprendo le grosse fauci avide, per inghiottire il sole fiammeggiante.

Una folla di turisti e di gente del luogo sosta nella piazza del cannone, ansiosa di assistere allo spettacolo che, di anno in anno, affascina ed emoziona.

Una volta, tra la folla, si trovava anche Peppino, il becchino di Tropea. Il suo interesse non era rivolto tanto allo stupendo spettacolo del sole che si calava nel vulcano, ma piuttosto a vedere nuove facce, ad incontrare gente di fuori con cui intrattenersi, la qualcosa lo rendeva ansioso e felice. Intavolò subito una conversazione con una coppia di Padova, che veniva per la prima volta a Tropea e voleva trascorrere qualche settimana in un campeggio della zona. Non avendo conoscenze precise, i due ritennero utile chiedere a Peppino che indicasse loro un luogo bello per le vacanze. Premuroso, Peppino rispose che, sì, c'erano tanti bei campeggi nella zona, ma che il più confortevole era certamente il suo, del quale era dirigente e custode.

Magnificava quindi le caratteristiche e le bellezze del campeggio: alberi ad alto fusto, tanti fiori, quiete e pace a volontà, nessun rumore di juke-box, né radio ad alto volume, vicoli puliti e acqua in abbondanza. Ad una così entusiastica descrizione, la decisione fu unanime: era stato individuato quello che si cercava. Dopo aver offerto a Peppino, in segno di gratitudine, un brandy nel bar dell'Isola, la coppia salì sulla grossa Fiat, colma di bagagli e partì al seguito della bianca vespa di Peppino, che faceva da guida. Raggiunta la periferia del paese, si fermarono di fronte ad un grosso cancello di ferro nero. Peppino lo aprì e, indicando con un solenne gesto della mano, esclamò: "Ecco, il più bel campeggio".

I due turisti, esterrefatti, si resero subito conto che i piccoli bungalows, sormontati da una croce, erano per lo meno atipici per un campeggio di vacanze e, collegando lo spettacolo che si presentava ai loro occhi con le promesse di pace, quiete e silenzio, fatte da Peppino, si resero conto di essere incappati nel custode del cimitero. Allora, facendo appello a tutte le loro riserve di humor, i due offrirono allo strano dirigente una mancia per la sua spiritosa informazione; recitarono frettolosamente una preghiera al loro protettore S. Antonio, e, tenendo in mano chiavi e amuleti a mo' di scongiuro, si avviarono velocemente verso altre e riposanti mete.

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12° - Primo acquisto di terreno a Capo Vaticano

Nei primi anni dell'ultimo conflitto mondiale vivevo a Tropea e guadagnavo la mia vita. dando lezioni private in lingue estere. Grande era la mia passione per il mare azzurro e le spiagge bianche. Con i primi risparmi del mio lavoro, mi feci costruire una grande barca coperta da un mastro costruttore di Crotone. Ora potevo visitare tutta la costa, con i suoi cantucci pittoreschi e le sue grotte meravigliose. Idealmente mi sentivo proprietario di tutta la striscia di mare, da Tropea fino a Capo Vaticano, alle grotte di Santa Maria, agli isolotti di Sant'Irene e alla baia di Zambrone. Ogni giorno potevo prendere il largo, con una allegra brigata di tanti amici a bordo.

Il promontorio di Capo Vaticano si presenta agli occhi dei visitatori come un enorme anfiteatro della Magna Grecia. Dalla sua vetta si ha una vista stupenda del mare e delle isole Eolie con lo Stromboli. Verso nord si vede il Golfo di S. Eufemia, verso sud la cittadina di Nicotera e il Golfo di Gioia Tauro. Con tempo chiaro si può Scorgere persino la costa siciliana e l'Etna con la cima ammantata di neve. Nelle pareti delle ripide rocce, falchi e colombacci fanno i loro nidi. Il terreno fertile e verde, tutt'intorno, è pieno di lucertole. La volpe va con successo a caccia di polli. Sulla costa ci sono molte grotte, che il mare in burrasca ha scavato nella roccia calcarea nel corso di tanti secoli. Forse, in tempi molto lontani, gli antichi navigatori di Ulisse hanno trovato lì dentro rifugio e protezione, quando il mare in tempesta spingeva le loro navi sulla riva. Forse qui, hanno anche sentito il canto stregato delle sirene seduttrici.

Ogni gita in mare verso Capo vaticano faceva crescere in me la passione per questo angolo incantevole. Ero invaso dal desiderio ardente di possedere lì un pezzo di terreno, per costruire un piccolo rifugio. cominciavo a sondare il terreno nel vero senso della parola, quando un mio amico mi condusse dal massaro Michele, che era disposto a vendere una parte della sua proprietà. L'accordo fu presto raggiunto. Il giorno dopo, eravamo già nello studio del notaio Giorgio di Tropea. Consegnai al contadino la somma pattuita di Lire 260.000 ed ero il vero proprietario di 10.000 mq di terreno, con una spiaggia privata ed una bella grotta. Ero felice come il principe azzurro. Il massaro Michele era arcicontento per il suo buon affare concluso. La sera invitava i suoi amici nella bettola di S. Nicolò e raccontava ai suoi attenti ascoltatori con quanta abilità avesse imbrogliato il Tedesco. Per due scogli di mare e un pezzetto di terreno, dove non raccoglieva nemmeno un tomolo di gran turco, aveva ricevuto una grossa somma di denaro sonante.

Dopo qualche anno, ho lasciato il mio lavoro di insegnante per lingue estere e ho fondato a Tropea una Ditta commerciale per testi scolastici e sussidi didattici. Ora mi occorreva un ufficio con deposito. Mi era venuta la buona idea di vendere la mia proprietà a Capo vaticano, per costruire, con il ricavo, un edificio adatto alla mia nuova attività. Un acquirente fu presto trovato e potei incassare una bella sommetta, dieci volte superiore a quella pagata al massaro Michele. Dopo solo quattro mesi, ufficio, deposito e casa erano costruiti e a gonfie vele potevo svolgere il mio nuovo lavoro.

Quando questa notizia arrivò a Capo Vaticano dal massaro Michele, la sera, nella bettola, si lamentava con i suoi amici, che ascoltavano con molta attenzione: "Guardate un po' come il Tedesco mi ha; fregato. Per quattro soldi gli ho venduto una bella proprietà a Capo Vaticano ed ora egli è il felice proprietario di un grande palazzo a Tropea.

Oh tempora, oh mores!

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13° - Don Pietrino

Molti anni fa, Don Pietrino era, a Tropea, il proprietario di una ben attrezzata macelleria. Il suo pallino era la produzione di salami nostrani, i quali andavano a ruba. Ma a don Pietrino . questo grosso successo non bastava. Egli voleva salire ancora più in alto e conosceva bene il detto: "Chi si ferma è perduto". Nella sua testa covava un grande progetto. Sognava una grande fabbrica, in cui produrre il salame su scala industriale. Ma a che cosa servono i più ambiziosi sogni quando manca il grosso capitale !

Un bel giorno, don Pietrino conobbe un giovane industriale tedesco. Egli era venuto da queste parti e, incantato dalle bellezze di questa terra, si era innamorato del luogo e del suo cielo azzurro. I due strinsero presto una sincera amicizia. Il giovane tedesco Helmut era spesso ospite a tavola, nella casa di don Pietrino. Così avevano molte occasioni per conversare e per discutere di affari. Il padrone di casa parlava con entusiasmo del suo ambizioso progetto. Helmut ascoltava con molto interesse. Dopo alcuni giorni, don Pietrino aveva convinto il suo amico. I due fondarono una società per azioni, a cui partecipavano in parti uguali. Helmut metteva il capitale necessario, don Pietrino la sua esperienza, la sua specifica competenza e le sue qualità di manager.

Dopo meno di un anno, a Santa Domenica era stata costruita la fabbrica dei salami: edificio di amministrazione, ufficio del direttore, con anticamera e segretaria, telex, grandi capannoni ed enormi frigoriferi. Come un manager di grande talento, don Pietrino aveva pensato a tutto. La vita tranquilla dei maiali di tutta la zona cessò di colpo. Ogni giorno, molte di queste povere bestie dovevano sacrificare la propria vita. La produzione dei salami procedeva a ritmi vertiginosi. Una ben organizzata rete di rappresentanti garantiva la fornitura della merce a tutti i consumatori. Presto furono anche conquistate le province di Cosenza e Reggio Calabria: don Pietrino era contento e felice come una pasqua.

Una mattina, mentre dal suo ufficio guardava con la soddisfazione di un condottiero la sua grandiosa opera, suonò il telefono. La segretaria, col nasino all'insù, lo informò che era desiderato dal maggiore di polizia di Vibo Valentia. "Perbacco"! pensò don Pietrino un po' sorpreso. Cosa mai voleva la polizia da lui? Ma già dopo le prime parole del maggiore, egli si rassicurò. Quegli disse di avere sentito da un comune amico, il maresciallo Ansani, che don Pietrino vendeva all'ingrosso. Nel suo ufficio si trovavano due suoi cugini di Napoli, fornitori di una grossa catena di ristoranti della Campania. I due avevano per le mani  una grossa commissione di salami e volevano sapere se don Pietrino fosse mai interessato alla cosa. Eccome, se era interessato! Già da tempo sognava di estendere il suo impero di salami verso Napoli, Roma e Milano ed ora si offriva l'occasione favorevole.

Dopo meno di un'ora, un grande camion con rimorchio, nuovo di zecca, entrò nel cortile della fabbrica di salami. Don Pietrino si affrettò a salutare. Condusse i due signori nel suo ufficio e, con un buon whisky e sigari Avana, si creò presto l'atmosfera, per concludere un ottimo affare. La graziosa segretaria, col nasino all'insù, metteva con movimenti fascinosi stuzzicanti cubetti di ghiaccio nei bicchieri. Don Pietrino sapeva bene come trattare i suoi clienti buoni!

Davanti al grande capannone gli operai stavano all'erta, aspettando gli ordini di Don Pietrino. Dopo un breve giro dello stabilimento cominciarono sollecite le operazioni di carico. Una cassa dietro l'altra fu caricata sul camion. Quando questo fu quasi pieno, don Pietrino raccontò ai signori di Napoli che, da alcune settimane, aveva iniziato a produrre anche un salamino, che aveva chiamato "Caronetto", per reclamizzare il nome della sua ditta. "Don Pietrino" disse uno dei due signori, "Lei è un genio!" Complimenti come questi erano, per l'animo di manager di don Pietrino, un vero e proprio balsamo. Malgrado il camion fosse già quasi pieno, si caricarono ancora alcuni quintali di caronetti, con la promessa di lanciare in modo particolare questo nuovo prodotto sul mercato.

Si tornò poi di nuovo in ufficio, per definire il lato finanziario dell'affare, sigillando l'accordo con un ultimo Whisky. I due clienti avevano portato poco denaro liquido e domandarono a  don Pietrino se potevano pagare con un assegno di 32 milioni, aumentandolo di altre 500.000 lire. "Ma signori, non dovete preoccuparVi per questo, gli amici dei miei amici sono anche miei amici". Egli prese l'assegno e ritornò loro, come resto, cinque biglietti da centomila lire.

Dopo la partenza dei due clienti, don Pietrino si sedette nel suo ufficio, per godersi in calma la soddisfazione per il più grosso affare la sua vita. Egli passò una notte tranquilla e beata. Davanti al caffè mattutino, raccontò a sua moglie i particolari dell'affare concluso. Questa era per natura diffidente e fece nascere in suo marito i primi dubbi. Quindi don Pietrino decise di telefonare al suo amico, maresciallo Ansani. Ma questi era andato, per il fine settimana, con la sua famiglia in Sila. Era troppo pieno di tatto, don Pietrino, per disturbare di sabato il maggiore di Polizia. In banca non poteva andare, perchè il sabato gli istituti di credito sono chiusi. Don Pietrino passò una domenica davvero poco tranquilla. Il lunedì mattina, egli era il primo cliente agli sportelli della Cassa di Risparmio. Ci vollero solo pochi minuti, per avere la definitiva certezza che egli era stato vittima di una geniale banda i truffatori. L'assegno era scoperto e il firmatario sconosciuto.

Questo fatto fu, per molte settimane, al centro di tutte le conversazioni, che si facevano a Tropea. Tutti erano dalla parte della povera vittima e affermavano che chiunque sarebbe potuto cadere in questo astuto tranello. E così a don Pietrino rimase almeno la consolazione della solidarietà. Del resto, egli era sempre a cavallo, perchè i soldi li aveva perduti il suo amico tedesco, che, da allora non volle sentire più nemmeno l'odore della Calabria.

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14° - LA PARTITA NOTTURNA DI POKER

Ho vissuto per lunghi anni nel villaggio montano di Brattirò. Gli abitanti vivevano in grande armonia e concordia. Il benessere e il progresso non avevano ancora intaccato le relazioni umane. Nei primi tempi del mio soggiorno, mi sono meravigliato nel constatare che gli abitanti, tra loro, usavano chiamarsi con dei soprannomi. Ben presto, però, ne ho capito la ragione: nel villaggio esistevano, per lo più, soltanto due nomi di famiglia: Rombolà e Pugliese. Quindi, per riconoscersi tra loro e di evitare confusione, usavano i soprannomi.

Un duplice omicidio alla fine dell'ultima guerra; mondiale, aveva creato un contrasto tra le due famiglie.

Non sappiamo da quale parte fosse la ragione. Si racconta; che, qualche secolo fa, alcuni della famiglia dei Rombolà erano dei briganti. Infatti, esiste un decreto imperiale "Con il titolo: "Todos rumbulus a la muerte."  (Tutti i Rombolà alla morte.) E' certamente la prima volta, nella storia, che non il nome di una singola persona, ma il cognome di un intero ceppo familiare sia stato colpito da condanna a morte.

Fatti di brigantaggio avvenivano in tempi molto lontani, quando la povera gente di campagna doveva difendersi dall'oppressione del malgoverno imperiale. Oggi, invece, tutti gli abitanti del villaggio, qualunque sia il cognome, sono gentili e civili. Non sono benestanti, ma nemmeno poveri.

All'inizio del nostro secolo, molti uomini sono emigrati verso l'America. Lì hanno lavorato duramente. In seguito, molti di essi hanno fatto ritorno alla terra natia con i loro risparmi. Alcuni hanno acquistato dai proprietari la terra, che avevano lavorato prima da affittuario. Finalmente potevano pensare al loro guadagno e permettersi il lusso di fare studiare il proprio figlio all'università di Napoli o di Messina. La terra intorno a Brattirò è molto fertile e il raccolto sempre abbondante. Non esistevano ancora televisori, frigoriferi e cucine a gas e bisognava portare l'acqua nelle case dalla fontana, con la brocca. Nelle abitazioni, i servizi igienici erano molti modesti. Gli abitanti trascorrevano spensieratamente le giornate. Qualche volta arrivavano nel villaggio dei cantastorie, i quali offrivano alla gente le loro storie di vendetta, di banditi, di passioni e tradimenti. Una di esse è rimasta nella mia mente. Si trattava di una sposa promessa, che, fino al giorno delle nozze, non fu mai lasciata sola con il fidanzato. Sorella o fratello, padre o madre, uno di loro era sempre presente quando i due s'incontravano. Si arrivò finalmente alla prima notte di matrimonio, ma questa occasione i due sposi furono soli. Infatti, dopo le prime le prime esclamazioni di estasi della sposa, la madre di questa spuntò da sotto il letto per rimproverare il genero per il suo comportamento. Era, questa, soltanto una storia, ma sappiamo che in tutte le favole c'è sempre una qualche verità.

Le ragazze erano tenute sempre in casa e non potevano frequentare i ragazzi. La domenica, però, si offriva una buona occasione per i giovani, che andavano in gran numero alla messa di mezzogiorno e finalmente potevano lanciarsi sguardi vicendevoli per tutto il. tempo della funzione. Al termine, quando tutti si affollavano verso l'uscita della chiesa, poteva capitare che qualche giovane si trovasse tanto vicino alla sua prescelta, da poterle dare, come massimo pegno d'amore, un pizzicotto sul sedere.

Tra quella gente ospitale, dall'animo gentile, ho trascorso un periodo felice e sereno. La sera, in molte famiglie, si giocava a poker. Le riunioni di gioco più importanti si tenevano nella casa dell'arciprete don Pasquale, dove io ero ospite ogni sabato sera. Seduti in cinque, intorno al grande tavolo del soggiorno, giocavamo lietamente per lunghe ore. Una volta, era quasi la mezzanotte, e l'arciprete, come al solito, era tra i grandi perdenti. Siccome era già tardi e dovevo rientrare a Tropea, feci capire che era il caso di finire la partita. Il padrone di casa se ne accorse e fece portare il suo buon vino da messa, sapendo che mi avrebbe fatto cosa gradita e avrebbe trattenuto ancora. Quindi la partita andò avanti. Poi, per evitare la sonnolenza ai giocatori, svegliò la sua perpetua, per farle preparare un buon caffè. Finalmente arrivò per don Pasquale il grande momento. Fuori già albeggiava. Egli aveva fatto "un buio" di ventimila lire. Dopo la distribuzione delle carte, tutti entravano in gioco. L'arciprete non credeva ai suoi occhi: aveva in mano quattro assi ! Rilanciò "tre volte". Tutti uscivano dal gioco. Soltanto mastro Peppino accettò il rilancio. Tutti e due erano serviti. "Cip (cheap)" disse Peppino. Con i suoi quattro assi don Pasquale chiamò la resta. Mastro Peppino si alzò in piedi e disse: "Arciprete, io rilancio con tutte le terre della parrocchia, perchè ho scala reale." Don Pasquale, bianco come un cencio lavato, prostrato, avvilito, disperato, lanciò in aria il suo poker disgraziato. La partita si chiuse così. Non dobbiamo sorprenderci per la sfortuna del parroco. Quando un uomo di chiesa si dedica con tanta passione al "breviario del diavolo", non ci dobbiamo meravigliare se il buon Dio non gli elargisce la fortuna.

All'alba, mentre si diradavano le ombre della notte, i giocatori, come ladri, strisciavano lungo i muri case, per non essere visti, e per non fare sapere alla gente delle loro avventure notturne.

Don Pasquale, mezzo addormentato e con la barba, senza essersi lavato la faccia, si affrettava verso la chiesa, con l'ultimo tocco di campana per dire la messa. In fondo al luogo sacro, gli uomini, con il vestito nero della festa, discutevano sui prezzi del bestiame all'ultima fiera. I bambini, vociando, andavano allegramente da un banco all'altro. Una gallina smarrita, chiocciando, attraversò la chiesa e fuggì via.

Don Pasquale, stropicciandosi gli occhi ancora, salì sul pulpito e cominciò la sua predica. "Cari parrocchiani, il Vangelo di oggi è quasi lo stesso della domenica scorsa". Che altro avrebbe potuto dire! Non era un grande oratore e non aveva certo avuto il tempo per preparare un sermone adatto alla circostanza.

Per Don Pasquale, la perdita notturna di poker aveva avuto, malgrado la grossa perdita, un grande vantaggio. Non toccò, finché visse, le carte da gioco. Era guarito per sempre dal suo vizio.

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 15° - IL PROFESSOR CIRILLO

Abitavo da alcune settimane presso la zia Anna di Brattirò. Da lei avevo trovato una affettuosa e materna accoglienza. Siccome era una vedova senza prole, mi trattava come se fossi il proprio figlio. Mentre un, bel giorno uscivo dalla casa, si fermò sulla strada una grossa Fiat rossa, con la targa di Cosenza. L'autista si rivolse a me con la gentile preghiera di fargli sapere dove si trovasse l'abitazione del professore Cirillo. Non avendo ancora sentito parlare in paese di questo personaggio, bussai alla porta di donna Romana, vicina di casa della zia Anna. Questa seppe dare senza indugio all'autista le informazioni desiderate.

La "cosa" del professore Cirillo suscitò in me curiosità, ma a donna Romana non volevo fare ulteriori domande. Preferivo fare visita al mio amico Pasquale della Fontana, per avere altre informazioni utili. Da lui fui accolto in modo molto ospitale. Il mio saluto di buon giorno non ebbe risposta, ma invece mi domandò cosa avessi mangiato a mezzogiorno. Qui si usava così.

La moglie del mio amico Pasquale mi offrì un bicchierino di liquore fatto in casa e, poco dopo, anche un espresso.

Dopo aver gustato il buon caffè, rimasi solo con il mio amico. Ora potevo chiedere tutte le informazioni in merito al professore Cirillo. Mi spiegò subito, senza esitazione, che si trattava del grande mago, conosciutissimo negli ambienti della Calabria. Per merito suo, Brattirò era certamente più famosa di quanto lo fosse per i suoi santi locali. Negli ultimi mesi di guerra, si era avuta la conferma assoluta e la prova evidente delle grandi capacità di magia del professore. Nel vicino villaggio di Rombiolo, una madre aveva affidato alla comare la sua bambina di quattro anni, perchè lei doveva andare a visitare i suoi parenti a Calimera. La madrina era andata con la bambina nei vicini boschi alla ricerca di funghi. Ben presto, la donna s'accorse che la fanciulla non era più vicino a lei: si era smarrita nella boscaglia. Cercare, chiamare, gridare rimasero senza esito. La donna tornò disperata al paese, per invocare aiuto presso i vicini di casa e così furono intraprese grandi operazioni di ricerca. Il giorno dopo, arrivarono anche i poliziotti con i cani pastori, per intensificare le ricerche. Ma la bimba rimase dispersa. Nella disperazione, la comare suggerì alla madre di chiedere aiuto al famoso mago, il prof. Cirillo. Detto fatto: bussò alla sua porta e ricevette la seguente sentenza sibillina: " Cercate ancora, la bimba sta bene, la troverete il quinto giorno dopo la scomparsa, vicino alla roccia della Madonna". La madre tornò tranquilla al suo paese e si continuò a cercare. La bimba fu trovata e, incolume e allegra, corse nelle braccia della madre felice. Fama e celebrità, stima e prestigio erano assicurati. Il professore Cirillo diventò una famosa personalità in tutta la Calabria.

Il mio amico Pasquale mi raccontò anche che il mago poteva guarire le persone, possedute dagli spiriti maligni. Per ottenere buoni risultati, i suoi clienti, vicini e lontani dovevano gettare nel pozzo d'acqua del professore Cirillo molti metri di tela bianca. Gli spiriti maligni s'impigliavano in queste strisce di tela, come i pesci nella rete. Il mago poteva quindi tirare su i diabolici demoni e ucciderli con una falce ben affilata. Ma il più grande scalpore suscitava la capacità del mago di fare parlare i suoi clienti con parenti maschili defunti.

Nelle settimane seguenti potei constatare che nel paese si erano formate due correnti: la più grossa, alla quale appartenevano maggiormente le donne, era naturalmente convinta delle capacità magiche del loro paesano, pochi invece erano gli scettici. Non ero affatto perplesso per questo stato di cose. Sapevo ormai molto bene quanto fosse diffusa la superstizione in questi paraggi. Si credeva al malocchio, si toccava la dignità virile per scongiurare una disgrazia, si facevano le corna, per evitare di essere colpito dalla mala sorte.

E' ovvio che io appartenevo alla corrente più debole, quella degli scettici e saccenti. Ma non ero proprio sicuro dei fatti miei. Quindi cercavo con ogni mezzo di arrivare al nocciolo della questione. Soltanto una buona amicizia con il protagonista mi poteva illuminare e portare alla meta. Non era cosa facile, perchè il mago era una persona molto riservata. Per mia fortuna si presentò un'occasione d'oro. La giovane nipote del mago, Sofia, doveva prendere lezioni private di geometria. Il mago mi fermò davanti alla chiesa e mi pregò di essere di aiuto alla sua parente. Ora avevo, tre volte la settimana, l'occasione di fermarmi a casa sua. Spiegavo con molta pazienza alla mia alunna Sofia le regole elementari della geometria. Le raccontavo con molti particolari della vita del famoso matematico Pitagora, che visse nell'antichità, per molti anni, a Crotone, in Calabria. Sofia era entusiasta delle spiegazioni sul noto teorema di Pitagora sul triangolo rettangolo, in cui il quadrato costruito sull'ipotenusa era sempre uguale alla somma dei due quadrati costruiti sui cateti. Nell'esempio, espresso in numeri, 3, 4 e 5, in cui 5 è la misura dell'ipotenusa, aveva una prova chiara ed evidente della verità pitagorica.

Quando, alla fine di settembre, Sofia dovette sostenere gli esami, per nostra fortuna fu interrogata sul teorema di Pitagora. Rispose molto bene e fu la prima della sua classe. Nonno e nipotina erano più che felici. Io ricevetti come ringraziamento un invito a cena. piccioni arrostiti e salsicce casalinghe furono serviti assortiti di buon vino rosso, verso la mezzanotte tutti avevano abbandonato l'allegra brigata. Ero rimasto solo con il padrone di casa ed essendo tutti e due buon gustai, si versava ancora qualche bottiglia nei nostri bicchieri. Io colsi la palla al balzo, per passare all'attacco. Per prima cosa volevo sapere perchè i suoi clienti dovevano gettare nel suo pozzo d'acqua tante strisce di tela. Il mago mi guardò con furbizia e cordialità. Dopo la mia promessa di massima discrezione, mi disse che aveva tre figlie e quattro nipotine, che dovevano ancora sposarsi. Le tele bianche servivano alla sua grande famiglia, per preparare il corredo per tutte. Dato che il buon vino aveva sciolto la sua lingua domandavo anche come facesse a fare parlare i suoi clienti con i defunti maschili. Prima di condurre il suo cliente nella camera di magia, chiudeva nell'armadio suo figlio Vincenzo, il quale rispondeva, con voce contraffatta dell'aldilà alle domande del suo grande maestro. L'armadio era troppo piccolo, altrimenti vi avrebbe rinchiuso una delle sue figlie. In tal modo i suoi clienti avrebbero potuto comunicare anche con i defunti  di sesso femminile. I suoi affari, comunque, andavano più che bene, anche senza la figlia nell'armadio.

Dopo un ultimo bicchiere di vino e un abbraccio cordiale, abbandonai la casa ospitale del mago.

Quando il pomeriggio del giorno seguente camminavo per le strade del paese, si fermò vicino a me una grossa Mercedes con la targa di Napoli. L'autista domandò dell'abitazione del professore Cirillo. Non dovevo più domandare a nessuno e diedi la mia risposta indugio.

Con la mia più grande gioia e soddisfazione constatare che la fama del mio amico professore Cirillo aveva varcato i confini della regione.

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16° - DON  MERCURIO

Se si attraversa, nei nostri giorni, il villaggio collinare di Brattirò, si vede davanti a quasi tutte le case una macchina parcheggiata. Ricordo bene i primi tempi, dopo la seconda guerra mondiale, quando in tutto il paese esistevano solamente due automobili. La prima apparteneva ai commercianti, detti Zoccolanti, la seconda era in possesso di un maresciallo in pensione, che viveva bene della sua rendita vitalizia. Oggigiorno, tutto è cambiato notevolmente. Tra i mille abitanti del paese ci sono più di sessanta laureati e diplomati di ambo i sessi. I corteggiatori discreti di un tempo, che facevano l'amore con gli occhi, appartengono al passato. Oggi i giovani si abbracciano e si baciano in pubblico. Persino la droga ha fatto l'ingresso nel paese, portando sofferenze e preoccupazioni in alcune famiglie, che erano tra le più sane del paese. I bei vecchi tempi, quando amicizia e rispetto reciproco stavano nel centro delle relazioni umane, sono passati per sempre.

Nei primi anni, dopo l'ultima grande guerra, la vita della comunità era equilibrata e piena di armonia. Nelle lunghe serate estive, i notabili del villaggio si incontravano nella piazzetta centrale e si sedevano su lunghi banchi e sedie, davanti alla bottega alimentare del "granatiere". Qui venivano discusse le novità della giornata. Il massaro Micu raccontava della sua mucca che aveva felicemente figliato. L'arciprete aveva ancora perduto, come sempre, giocando a poker. Il massaro Ciccio aveva dovuto spruzzare più volte sostane nella sua vigna, per distruggere la fillossera.

Dopo queste novità di tutti i giorni, chiedeva la parola Don Mercurio, per portare una nota scientifica nella conversazione. Il suo pallino erano i dischi volanti e l'astrologia. Con molte espressioni scientifiche e parole difficili spiegava ai suoi ascoltatori, che poco o nulla capivano della trattazione saccente, affermando con la massima convinzione che noi non viviamo sulla superficie della nostra terra, ma nell'interno, simile alle mosche appiccicate al soffitto. La luna non sarebbe una sfera, ma un disco piatto. Io ascoltavo divertito, in silenzio. Ricordavo le parole di un saggio monaco domenicano di Soriano: "Nulla è più pericoloso dell'ignoranza attiva."

In questa spensierata comitiva, si parlava  anche molto dei vecchi tempi passati. All'inizio del secolo, quasi tutte le famiglie conducevano una vita alquanto modesta. Per il pranzo si metteva una ciotola tonda, con zuppa di fagioli, in mezzo alla tavola e ognuno allungava allegramente la mano con il cucchiaio, per servirsi. In casi drastici il cucchiaio andava di mano in mano. I coltelli erano rari in cucina, perchè la carne era una rarità. Nelle abitazioni regnava però una pulizia straordinaria, degna di ammirazione; si poteva mangiare perfino sul pavimento. Mi era difficile credere che, in alcuni villaggi dei dintorni, i contadini ospitassero nelle loro camere da letto galline e maiali.

Negli anni dopo la prima guerra mondiale, un benessere discreto ha fatto ingresso nel paese con il rientro in patria degli immigrati, che hanno portato dall'America i loro risparmi.

Don Mercurio era uno di loro. Non aveva con sé un grosso gruzzolo, ma una buona pensione di invalidità, che, con il cambio favorevole del dollaro rappresentava una notevole somma. Come era arrivato l'accorto Don Mercurio, dopo pochi anni di America, alla sua rendita vitalizia? Egli lavorava negli USA, in una acciaieria, ormai da cinque anni. Le punzonatrici potenti facevano un fracasso indiavolato. Don Mercurio si era informato a fondo delle istituzioni sociali favorevoli. Gli venne la felice idea di simulare sordità. Giocando d'astuzia, passava tutti gli esami medici con successo. Anche l'ultimo medico della mutua aveva esaurito la sua scienza e dovette attestare: Don Mercurio è sordo. Dopo alcuni mesi di attesa, ricevette la bella notizia della concessa pensione per invalidità e una liquidazione di buona uscita di 8.000 dollari.

Ora poteva tornare, benestante e di buon umore, nella sua terra natia. Spendeva bene il suo denaro e alla famiglia non faceva mancare nulla. Spesso mi diceva che il denaro è fatto per essere speso, perchè l'ultima camicia è senza tasche.

Ormai, da parecchi anni, Don Mercurio è passato a migliore vita. Un giorno, visitando il cimitero, dove era stato sepolto, volli rendere omaggio anche alla sua tomba. Quale epigrafe aveva scelto questo simpatico burlone?

"Ti ringrazio che mi hai visitato, ma mi dispiace che te ne sei andato."

Precipitosamente abbandonai quel luogo di pace eterna, per non ritornarvi mai più, pur non essendo affatto superstizioso. Ma non si può mai essere sicuri. Toccai la mia dignità virile e a passi svelti presi il largo.

Forse è davvero così, come ha detto il famoso biologo Lamarck: "L'uomo è un prodotto del suo ambiente".

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17° - COSTANTINO IL GRECO

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18° - LA SIGNORA  ANNA  DAL MEDICO

Ogni anno, negli ultimi giorni del mese di settembre, ha luogo a Brattirò una grande festa, in onore dei suoi santi protettori S. Cosma e Damiano. Essi sono venuti in Calabria nei primi secoli dopo Cristo. erano due medici molto famosi e venivano dall'Oriente, secondo la leggenda.

Con un giorno di anticipo, arrivano già nel paese i venditori ambulanti con la loro merce. Le grida allegre di saluto dei bambini accompagnano i carri con i buoi, che fanno il loro ingresso nel villaggio. I carri sono stracarichi di stoviglie di terracotta di Soriano e Sorianello, pieni di grosse cassette con mostaccioli, lavori in ceramica di Seminara e molti giocattoli di Pizzo e Gioia Tauro. I bambini attendono già da molti giorni queste festose manifestazioni e tutto è paragonabile alla gioia dei ragazzi, in Germania, nei giorni prenatalizi. Ai lati della strada principale, si trovano ovunque banchi e bancarelle, colmi di merce ben in vista.

Già molto presto, di mattina, nella prima giornata di festa, arrivano tanti visitatori dai paesi vicini, per fare acquisti, oppure per devozione verso i santi. Sembra che quasi tutti i Tropeani si siano dati appuntamento a Brattirò. Molti di loro si riuniscono, verso mezzogiorno sotto un albero di fico, per consumare all'ombra il pranzo in allegra brigata. Mangiano molte olive e le salsicce di maiale, che vengono vendute per la prima volta dopo la calura estiva.

Nella strada della posta si tiene una grande fiera di bestiame. Ai cavalli e agli asini si guarda bene in bocca, per poi confermare con una stretta di mano il prezzo e l'affare concluso. Molti porcellini vengono offerti e comprati; a quelli neri viene data la preferenza. si dice che la loro carne sia più saporita. (Quasi in ogni famiglia, a Brattirò, si ingrassa un maiale con i rifiuti domestici. Il giorno in cui si macella l'animale, nei mesi freschi della primavera, si organizzano nelle famiglie delle belle feste con amici e parenti).

Nella piazza del centro viene sistemato un grande palco. Vi sosta, nelle tre serate della festa, un complesso musicale. Per due sere si suona soltanto musica classica. Mi sono meravigliato della profonda conoscenza di musica dei contadini. Essi conoscevano Aida, Tosca e Rigoletto a memoria.

Nell'ultima giornata ha luogo la grande processione, con la partecipazione di migliaia di persone. S. Cosma e S. Damiano vengono portati attraverso tutte le strade del paese. I piedistalli pesanti, su cui poggiano i santi, sono sistemati sulle spalle dei portatori volontari. Più a lungo portano a fatica il carico pesante, più peccati vengono rimessi. Davanti ad alcune case di persone un po' in vista, i santi si fermano. La figlia di quelle persone si avvicina con una banconota, per fissarla al loro mantello, in segno di particolare devozione. Anche per questa opera di beneficenza, i peccati nel registro di San Pietro vengono cancellati a favore di chi dona.

Nella giornata della processione, l'arciprete Don Pasquale accoglie con molta premura i suoi colleghi dei vicini villaggi, che non vogliono perdere questa occasione di grandi festeggiamenti. Quando inaspettatamente arrivava qualcheduno, poco prima del pasto come accadeva a don Onofrio di Gasponi, l'arciprete Pasquale chiamava la sua perpetua alla finestra, pregandola, di aggiungere ancora una ramaiolata d'acqua al brodo di pollo per il nuovo ospite.

Dopo il pranzo con amici e parenti, ha luogo sul piazzale della chiesa una grande vendita all'asta. Per devozione, le donne del villaggio hanno preparato di pasta dolce braccia, piedi e altri organi dei santi che ora vengono offerti per moneta suonante ai fedeli, che si contendono accanitamente il possesso degli oggetti benedetti. Con sottomissione alla volontà dei santi, i vincitori portano il bottino di pasta dolce benedetta nei loro paesi, dove lo distribuiscono a parenti ed amici per la loro salvezza e fortuna.

L'ultima serata è il culmine della festa. Un famoso cantante offre il suo repertorio di successo. Tutti gli abitanti, una sedia sotto il braccio, si riuniscono sotto il grande palco. Fino dopo la mezzanotte si ascoltano canzoni e musica, che di solito si sentono solamente alla radio. Con un grandioso spettacolo pirotecnico si concludono i festeggiaménti. Palla scura !

La mattina dopo, le strade del paese si trovano in uno stato pietoso e sconfortante. Dato che in tutto il comune esiste un solo spazzino, ci vogliono parecchi giorno di lavoro, per ripulire le strade, allontanando bucce di melone, buste di plastica, scatole cartone e altre immondizie.

In una di queste mattinate, che seguono la festa, la signora Anna, che aveva sposato un uomo di Brattirò, non si sentiva bene. Era venuta con suo marito lontana Toscana per partecipare alla grande sagra. Forse aveva approfittato troppo delle salsicce di maiale o qualche spirito maligno voleva divertirsi. Comunque sia, lei decise di andare dal medico del paese. Questi aveva una buona fama tra la gente, perchè era anche capace di cacciare via gli spiriti maligni. Egli era anche un beniamino delle bellezze paesane e, se qualche ragazza era scalognata, egli era pronto a trarla d'impaccio.

La signora Anna, poco prima di mezzogiorno, suonò il campanello dello studio del medico. Per un pò di tempo, nulla si mosse. Finalmente la porta si aprì e sulla soglia apparvero due uomini in camice bianco. Senza dar loro ascolto, la paziente si precipitò nello studio. Con un profluvio di parole chiese di essere visitata. "Va bene, allora, prego spogliarsi", disse uno dei due. Si toccava a sinistra, e a destra, si tastava sopra e sotto, dentro e fuori, si lisciava dietro e davanti. Dopo aver visto e toccato tutto, venne informata di vestirsi. "Allora, dottore, come va la mia salute ?" "Questo, purtroppo, non possiamo dirlo noi," disse uno dei due, "perchè noi siamo soltanto degli imbianchini".

Nel paese, la signora Anna non disse parola a nessuno della sua visita dal medico.

Quando, dopo alcuni anni, ero in visita da lei a Firenze, mi ha raccontato questa sua avventura, altrimenti non avrei potuto scrivere questa storiella.

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19° - GEROLAMO E LA SUA ASINA

La costruzione della linea ferroviaria Napoli - Reggio Calabria, una gigantesca impresa, realizzata nella seconda metà del secolo scorso, portò molto benessere in quelle località, che la nuova linea attraversava. Molti uomini trovarono un posto fisso nelle ferrovie dello stato; la condizione economica di molte famiglie era ormai assicurata e visibilmente migliorata.

Il mio amico Pasquale di Brattirò, impiegato: nel settore spedizione merci a Tropea, mi ha raccontato la storia di suo padre Gerolamo. Questi possedeva una bella asina di color grigio, che egli venerava così tanto da darle addirittura il nome cristiano "Dora". Con l'aiuto della sua asina, portava, ogni giorno, verdura fresca al mercato di Tropea. Un giorno, avendo venduto già tutta la merce, Gerolamo si accingeva a mettersi in cammino verso casa, quando la sua asina si rifiutò di seguirlo, volendo ancora amoreggiare con un bell'asino bruno, che si trovava lì, vicino a lei. Gerolamo la strattonò, tirandola per la cavezza, ma, quanto più egli tirava, tanto più cocciuta diventava Dora; alla fine egli perse la pazienza e, con un bastone, si mise a batterIa di santa ragione, per convincere la sua fedele compagna a seguirlo. Alfredo, il severo e temuto vigile urbano, dopo aver osservato la scena, si avvicinò a Gerolamo, gli mise una mano sulla spalla e lo avvertì che egli doveva pagare una multa di dieci lire, per maltrattamento di animali. Dopo qualche tentennamento, il contadino la pagò a malincuore per evitare una eventuale citazione in Tribunale. Ora, finalmente, Dora aveva deciso di rinunziare alla sua ostinazione. Essi, così, lasciarono il mercato e imboccarono la polverosa via del ritorno, verso Brattirò. Gerolamo era giustamente furioso, avendo perduto il guadagno di una intera giornata con il pagamento della multa. Quando egli giunse al bivio di Brattirò, fu preso da una tale rabbia che dovette fermarsi, prendere il bastone, e somministrare alla sua amata asinella un grande carico di legnate, brontolando: "Dannata figlia di puttana, qui non può proteggerti alcun patrono della polizia tropeana! Tu devi imparare a non compromettere il tuo signore e padrone!" Dora si prese bastonate e male parole e, offesa, trottò verso la sua stalla.

Alcuni giorni dopo, Dora si ammalò. Le bastonate erano state troppe. Presto peggiorò e non riusciva più ad alzarsi. Ora, ammalata, poteva soltanto gustare i bocconcini prelibati che Gerolamo, premuroso e preoccupato, raccoglieva nelle vigne per lei. Il mattino seguente, quando Gerolamo entrò nella stalla, vide la sua povera compagna morta sulla lettiera.

Calde lagrime sgorgarono dai suoi occhi. In quel momento, Gerolamo si augurò che ci fosse un posto in paradiso anche per i buoni animali; così poteva sperare di rivedere un giorno la sua Dora.

Ora, Girolamo era un uomo distrutto, col cuore lacerato dal dolore. Egli stava seduto tutto il santo giorno sull'uscio di casa; tornava  indietro col pensiero ai giorni felici, quando, con la sua povera Dora, andava al mercato di Tropea a vendere la verdura. Divenne sempre più triste, quasi malinconico, sì, da preoccupare i suoi familiari, che tentarono con qualsiasi mezzo di fare riacquistare a papà Gerolamo la serenità di un tempo. Egli doveva comprarsi con i suoi risparmi una motoape, come quelle allora di moda, che, per molti contadini, aveva sostituito l'asino; Gerolamo, però, non voleva neanche sentirne parlare. Per tanti decenni della sua vita si era servito dell'utile, umile animale a cui, tra l'altro, si era ormai abituato. Il suo più grande desiderio era rimasto quello di poter ancora andare a vendere la sua verdura al mercato di Tropea con un'altra Dora. I familiari però non approvarono questo desiderio e fecero una croce su tutti i progetti del loro padre.

Una mattina, mentre Girolamo sedeva pensieroso sull'uscio di casa, si accampò nel villaggio, come ormai tutti gli anni, una tribù di zingari, che andava in giro a riparare pentole e paioli. Gerolamo era solo a casa, perchè alcuni dei suoi erano nei campi a lavorare ed altri in servizio presso le ferrovie a Tropea. Uno degli zingari, che tirava dietro di sé un gruppo di asini, si fermò davanti a Gerolamo e lo salutò calorosamente: " Ehi, fratteju, tu volere comprare bella asina? " Il triste volto di Gerolamo si illuminò; egli si alzò, tirò l'asina a sé e le scrutò attentamente la bocca, constatando che non aveva alcun dente. Il furbo zingaro si affrettò a dichiarare che ancora i denti dovevano spuntarle. Poi Gerolamo s'accorse che l'asina non aveva neanche la coda; ancora una volta, l'astuto zingaro seppe fugare le sue perplessità, dicendo: "Negli animali troppo giovani la coda cresce solo dopo alcuni mesi". Gerolamo, il cui unico, cocente desiderio era quello di possedere di nuovo un'asina, era talmente frastornato, che si lasciò completamente abbindolare dall'abile zingaro. Così, egli andò nella sua camera da letto e prese i suoi risparmi, che teneva sotto un mattone. Egli porse allo scaltro zingaro 400 lire, senza neanche mercanteggiare a lungo, così come e consuetudine da queste parti.

Di buon umore e completamente rinsavito, Gerolamo condusse la sua nuova Dora nella stalla. L'accarezzò a lungo, facendo fino a tarda sera nuovi piani per un roseo futuro.

Quando l'intera famiglia quella sera si trovò per cenare, Gerolamo si fece coraggio e comunicò la notizia del suo acquisto. Il figlio maggiore, il ferroviere, ebbe subito il sospetto che ci fosse qualcosa di poco chiaro nell'intera faccenda, ma, poiché era ormai quasi notte, rimandò la visita nella stalla al giorno seguente. Così, quando di buon mattino fu aperta la porta del fienile, si trovò la seconda Dora bell'è morta sulla lettiera di paglia fresca. La povera bestia era morta di vecchiaia.

Questa volta Gerolamo non riuscì a sopportare la nuova disgrazia: si ammalò e dopo due settimane anche egli morì come la sua Dora.

Noi, ora, possiamo solo sperare che quei due si siano per sempre ritrovati altrove.

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20° - LA FIONDA

Ho fatto spesso cenno nei miei racconti al villaggio di Brattirò, perchè lì ho passato anni felici e sereni. Da forestiero ho potuto fare molte osservazioni strane, che per la gente del luogo erano del tutto normali.

Gli abitanti, come dappertutto nel mezzogiorno, erano molto superstiziosi: credevano al malocchio; facevano le corna con le mani, per Scongiurare una disgrazia: pregavano tutti i santi, per avere protezione e salute. L'ospitalità era una caratteristica generale di tutti, certamente un ricordo della Magna Grecia alla quale apparteneva la Calabria 25 secoli fa.

Quando negli anni quaranta, se ricordo bene, la Madonna della grotta di Spilinga versava calde lacrime dai suoi occhi di marmo, cominciò un grande movimento di popolo, per assistere a questo straordinario miracolo. Le elezioni politiche erano prossime e cattive lingue della sinistra dicevano con arroganza che tutto non sarebbe stato altro che una astuta manovra elettorale. Comunque sia, la Madonna versava le sue lacrime e la democrazia cristiana vinceva le elezioni.

I costumi, in merito alle relazioni tra i sessi, erano molto severi. Le ragazze dovevano tenere alla loro castità. La maggior parte di loro è arrivata certamente con continenza alla notte di matrimonio. Gli stretti parenti della fidanzata guardavano con occhi di Argo le ragazze. Fino al giorno del matrimonio, i promessi sposi non erano mai lasciati soli, affinché il fuoco dell'amore meridionale non scoppiasse in anticipo.

Nel villaggio viveva il contadino Pasquale che aveva un solo figlio, che era stato battezzato col nome del nonno Francesco, ma tutti lo chiamavano con il vezzeggiativo Cicciareo. Come figlio unico, era molto coccolato. Quando, a sei anni, cominciò a frequentare le scuole elementari, doveva ricevere un regalo. Voleva una fionda per colpire i passeri. Ma non si voleva appagare questo desiderio con la scusa che fosse ancora troppo piccolo per un arnese così pericoloso.

Passarono alcuni anni. Cicciareo fu ammesso alla scuola media di Tropea. I genitori felici lo volevano compensare con un dono. Cosa desiderava il giovane scolaro? Una fionda per cacciare gli uccelli ! Ma anche allora era troppo piccolo. Con una fionda si potevano solamente provocare spiacevoli incidenti.

E' ancora passarono gli anni. Il contadino Pasquale lavorava duramente le sue terre e poteva comprare per il suo prediletto figlio testi scolastici e pagare la retta annuale per lo studio. Con ottimi voti, Cicciareo ottenne la maturità classica. Nella casa paterna furono invitati parenti e amici, per prendere parte ad una grande cena. Il festeggiato era il primo licenziato del suo paese. Questo evento doveva essere ricordato in modo adeguato. La famiglia non fece mancare nulla agli ospiti. Cucina e cantina offrirono le pietanze e i vini più prelibati. Come prossimo studente in medicina a Napoli, Cicciareo poté esprimere un desiderio. Di nuovo una fionda. "Ma no," gli fu detto, "ormai sei troppo grande per un simile aggeggio." E anche questa volta, il suo più grande desiderio rimase insoddisfatto.

Alla fine di ottobre, Cicciareo fu accompagnato a piedi da tanti paesani alla stazione ferroviaria di Tropea. Nel frattempo si era innamorato di Maria, figlia del suo vicino di casa. Anche lei, insieme con genitori e amici, aveva il piacere di accompagnare il suo fidanzato. In quei tempi lontani non esistevano ancora automobili nel paese.

Lo studio di medicina era lungo e costoso. Pasquale era pronto ad ogni sacrificio. Finalmente, dopo sei anni di dura fatica, Cicciareo poteva fare l'esame di laurea in medicina. Dal suo paese erano arrivati i parenti più stretti. Pasquale aveva raccolto le sue ultime risorse di denaro e, nel famoso ristorante della zia Teresa, fu offerta una grande cena, alla quale parteciparono relatori, compagni di studio, amici e parenti. Con il treno della mezzanotte, si tornò al paese. Alla stazione di Tropea aspettava un carro con i buoi, per portare tutta la comitiva con i bagagli a casa. Il primo dottore in medicina fu festeggiato da tutto il paese, come se fosse l'imperatore della Cina.

Ora era venuto finalmente il tempo in cui Cicciareo poteva pensare al matrimonio. Maria aveva aspettato abbastanza il momento, per comparire davanti all'altare e pronunciare il fatidico "sì". L'arciprete Pasquale, da un po' di tempo guarito dalla sua passione del gioco d'azzardo, aveva preparato un discorso nuziale veramente edificante, che commosse tutti. Con lacrime, baci, abbracci e tanti fiori finirono i  festeggiamenti nella chiesa parrocchiale.

Ora cominciava la grande festa sull'aia di Pasquale più di 300 invitati parteciparono all'eccezionale pranzo all'aria aperta. Nel tardo pomeriggio, dopo la distribuzione dei confetti augurali, ebbe inizio il grande ballo. Dal vicino villaggio Caria era venuto il cantante Mario con il suo trio. Fino all'alba, si trascinarono i quattro salti di giovani e anziani ! Finalmente arrivò il carro con i buoi, per trasportare gli sposi alla stazione di Tropea. Tardi, nel pomeriggio, arrivò il treno a Napoli. Cicciareo aveva scelto per la luna di miele questa città, dove aveva con successo tanto studiato e sudato. Voleva fare conoscere alla sua cara Maria tutte le bellezze di questo luogo incantevole. Alla stazione salirono su una carrozza, che li portò ad una pensione, per sostarvi alcuni giorni. La mattina seguente, telefonò il padre Pasquale, che, a nome di tutta la parentela, voleva sapere i particolari della prima parte del viaggio di nozze.

La conversazione telefonica fu la seguente:

Padre: Come è andata la prima parte del viaggio?.

Cicciareo: Tutto molto bene. Maria è stata per lunghe ore al finestrino per ammirare con entusiasmo tutto ciò che vedeva.

Padre: E il seguito? Avete cenato bene?

Cicciareo: Sì, padre mio, molto bene. Dopo la cena, abbiamo fatto ancora una lunga passeggiata. Maria era felice. Verso mezzanotte siamo andati in camera.

Padre: Va bene. E poi? Racconta! Sei felice con Maria? E' stato tutto così come l'hai sognato?

Cicciareo: Ma certo, padre mio, Maria è veramente meravigliosa.

Padre: E poi, com'è continuato tutto?

Cicciareo: Maria era molto stanca dopo il lungo viaggio e presto si è addormentata.

Padre: E tu, cosa hai fatto?

Cicciareo: Quando ho visto Maria, felice e serena al mio fianco, mi sono alzato di nascosto.

Padre: Ma come mai, figlio mio? Cosa hai fatto?

Cicciareo: Ho tirato dalle mutandine di Maria l'elastico e mi sono fatto una fionda.

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21° - Ciccio il ladro dei Polli

 

 

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22° - LA FONTANA

A circa 2 km a nord di Tropea, si trova sulla costa il ridente paese di Parghelia, che conta quasi 2000 abitanti. Le ondate del turismo portano ormai anche in questo centro denaro e benessere. Dappertutto, sulle spiagge, sono stati aperti ristoranti e bar, dove il turista trova conforto e riposo.

Il grande terremoto del 1905 aveva distrutto totalmente questo incantevole paese. Negli ultimi decenni, è stato però ricostruito, con strade molte larghe, che ricordano l'aspetto edilizio di Messina e che si trovano in forte contrasto con gli stretti vicoli medievali di Tropea.

Se si raggiunge la costa di Parghelia via mare si può ammirare il simbolo di questo luogo: "la Pizzuta", una roccia granitica a forma di obelisco che si protende verso il cielo e sfida i marosi. La "Pizzuta", in tempi antichi, avrà certamente anche attirato lo sguardo dei marinai greci quando veleggiavano con Ulisse lungo le coste della Calabria. Forse hanno anche riposato all'ombra della "Pizzuta" dopo avere superato felicemente la navigazione del pericoloso promontorio di Capo vaticano. Ci sono alcuni burloni, che affermano seriamente che i marinai di Ulisse sostarono per alcune settimane sulla costa di Parghelia. I suoi abitanti strinsero con gli ospiti greci una profonda e allegra amicizia. Le conseguenze non potevano mancare. Nove mesi dopo la partenza dei marinai/ospiti nacquero più bambini di quanto non fosse solito. I suddetti burloni aggiungono ora che sono stati gli uomini di Ulisse a far sorgere negli abitanti di Parghelia la grande passione per il mare e la vita marinara.

Comunque sia, è un fatto noto che ancora oggi, molti uomini di Parghelia guadagnano bene alle dipendenze di grosse società di navigazione, girando per tutti i mari del mondo. Le loro mogli sono quindi costrette a condurre per molti mesi dell'anno una vita casta. Per un certo tempo questo stato di cose poté essere sopportato. Ma è ovvio che non fu possibile attendersi che tutte le donne del paese fossero contente di questa situazione. E quindi arrivarono le prime infedeltà, ma nessuno voleva vivere con i suoi peccati. si andava a confessarsi dal bravo e paterno don Antonio e la vita tornava serena e tranquilla dopo la confessione. Ma ben presto don Antonio dovette affrontare molto lavoro nel confessionale, dove fece ore di lavoro straordinario, per dare ascolto al gran numero delle peccatrici penitenti. Il parroco, uomo molto saggio e buon padre spirituale, ebbe molta comprensione per le debolezze umane delle sue pecorelle. Gli venne così un'idea eccellente e assennata, per ridurre il lungo lavoro nel confessionale. Le peccatrici non dovevano più raccontare tutti i particolari delle loro scappatelle, ma dire semplicemente di essere scivolate sul suolo sdrucciolevole intorno alla fontana, andando a prendere l'acqua. Questo accordo segreto fu accolto con grande entusiasmo dalle allegre pecorelle, ma anche don Antonio ne rimase molto contento, perchè il lavoro nel confessionale tornò quasi normale.

Passarono molti anni, nel paese regnava concordia e armonia, il suolo intorno alla fontana era sempre scivoloso. Poi venne il giorno in cui la campana suonò a morto. Don Antonio, amato e benvoluto da tutti, dopo alcuni mesi di poca salute, passò a miglior vita. Grandi e sinceri furono i lamenti funebri.

Dopo qualche settimana, arrivò il successore, don Isodoro, giovane e pieno di zelo ecclesiastico. Era molto ligio ai suoi doveri di parroco. Le donne venivano, come sempre, per confessarsi. In parecchi registri dei peccati, si trovò anche una scivolata sulla piazzetta della fontana. Il giovane Isidoro si meravigliò non poco di questa circostanza. siccome era un uomo con molto tatto, non voleva mettere in soggezione con domande indiscrete le sue fedeli, che erano convinte che il povero don Antonio avesse informato il suo successore dell'accordo segreto della fontana.

Quando, nelle settimane seguenti, il numero delle scivolate aumentò sempre di più, il giovane parroco cominciò a preoccuparsi seriamente di questo fatto. Dato che non teneva soltanto al benessere dell'anima, ma anche a quello della salute dei suoi fedeli, decise  dopo lunga e accurata meditazione, di recarsi in municipio, per trovare un rimedio alla "cosa" scivolosa.

Quando il giorno dopo arrivò negli uffici delle autorità locali, fu accolto con molta cortesia dall'assessore per i lavori pubblici. Dopo il saluto e le parole convenevoli, don Isidoro parlò del suo problema, chiedendo che la piazzetta della fontana fosse aggiustata, per evitare le continue scivolate e magari incidenti ancora più gravi. Sentendo queste parole, l'assessore scoppiò in una sonora risata. Da tempo la sua amante l'aveva informato bene sul segreto accordo, che don Antonio aveva preso con le donne del luogo. Voleva incominciare a spiegare tutto al giovane parroco, quando questi, piuttosto risentito, gli rimproverò irresponsabilità, non soltanto verso i cittadini, ma anche verso la propria famiglia. Nelle ultime settimane anche la signora del signor assessore aveva subito alcuni scivoloni vicino alla fontana. Ora era il turno dell'assessore a meravigliarsi non poco. La sua risata si trasformò in parole di rabbia e vendetta: non si poteva dubitare delle parole di un sacerdote.

Meno male che in quei tempi lontani non esisteva ancora in Italia il divorzio. La signora dell'assessore se la cavò a buon mercato. Dopo una bella legnata, poté ricominciare con una vita casta e pura.

Non sappiamo se, in seguito, la piazzetta della fontana continuò ad essere scivolosa. Negli elenchi dei peccati di don Isidoro non furono più registrate delle scivolate.

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23. - Cosi è cominciato il turismo a Tropea

 

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24. - Proverbi

 

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25. - Critica di un libro.

 

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